#SaveSusiya

Sono tornata in Palestina da pochi giorni, su richiesta di EAPPI e Peace Watch Switzerland e riprendo a scrivere su questo Blog, che è diventato il Blog comune a tutti i ticinesi che partono come osservatori dei diritti umani in Palestina/Israele.

Faccio parte di un Team che assicura una presenza costante nel villaggio di Susiya, a rischio demolizione. Susiya è una piccola comunità di pastori e agricoltori, all’incirca 350 persone stanziate nelle colline a sud di Hebron.

Al momento c’è un reale e immediato pericolo che tutte le abitazioni di Susiya e 42 strutture di altro tipo, tra le quali la scuola del villaggio, il centro culturale, l’ambulatorio medico e i pannelli solari donati dalla Cooperazione Internazionale, vengano demoliti. Dopo una battaglia trascinatasi per anni la Corte Suprema israeliana, il 4 maggio scorso, ha dato all’Esercito e all’Amministrazione Civile (l’ente israe­liano che gesti­sce l’Area C della Cisgior­da­nia, ossia il 60% del ter­ri­to­rio) il via libera per lo sgombero del villaggio.

La storia di Susiya è la storia di un popolo che da almeno due secoli abita le colline a sud di Hebron e che da anni assiste impotente all’occupazione e alla confisca delle proprie terre. I problemi per la comunità iniziano nel 1983, quando nei pressi dell’antico villaggio palestinese viene edificata la piccola colonia israeliana di Suseya (le colonie che si insediano vicino ai villaggi palestinesi ne prendono sovente il nome;  in questo caso solo una vocale è stata cambiata).

Nel 1983 all’interno del villaggio palestinese viene scoperta un’antica sinagoga; nel 1986 la zona viene dichiarata sito archeologico e gli abitanti vengono forzati ad andarsene. Non avendo altre opzioni, le famiglie si spostano su un terreno a poche centinaia di metri dal vecchio villaggio, nella valle tra il sito archeologico e l’insediamento israeliano.  Alcune famiglie erigono tende, altre vanno a vivere nelle grotte.

Nel luogo dove era situato originariamente Susiya, dopo qualche tempo si insedia un avamposto, evidentemente considerato meno dannoso per i reperti archeologici dell’antico villaggio palestinese.

Nel 2001 l’Esercito israeliano, nel tentativo di scacciare definitivamente la popolazione di Susiya, distrugge le abitazioni, rende inutilizzabili i pozzi d’acqua e danneggia orti e uliveti.

Ma gli abitanti non cedono; non vogliono rinunciare al loro tradizionale stile di vita e abbandonare le proprie terre. Provano quindi a ricostruire il villaggio seguendo le vie legali: presentano un piano regolatore con il sostegno dell’Associazione Rabbini per i diritti umani, un gruppo di religiosi che ribadisce con forza che le demolizioni attuate dal governo di Benjamin Netanyahu sono contrarie al “diritto internazionale e alla tradizione ebraica”.

Seguire le vie legali si rivela purtroppo del tutto inutile; Susiya è situata nell’area C, sotto completo controllo israeliano, e le richieste di costruzione vengono rifiutate nel 94% dei casi. Gli abitanti di Susiya non hanno allora altra scelta che costruire illegalmente.

Nel 2014 i Rabbini per i Diritti Umani presentano un ricorso all’Alta Corte di Giustizia contro la decisione di respingere il piano regolatore.

Il 4 maggio 2015 il Tribunale respinge la richiesta di un provvedimento cautelare, lasciando l’intero villaggio esposto ad un imminente demolizione.

Nel silenzio che avvolge Susiya (è periodo di Ramadan e durante il giorno gli abitanti del villaggio riposano nelle tende) scruto la colonia di fronte e mi chiedo cosa abbia attirato i coloni in questo desolato lembo di terra, perennemente spazzato dal vento, al confine con il deserto del Negev.

Sullo sfondo la colonia israeliana@EAPPI2015

Forse in questo caso gli aiuti fiscali e le innumerevoli facilitazioni che il governo di Israele garantisce abitualmente ai coloni sono stati più allettanti del solito. Anche perché l’interesse di Israele per questa porzione di terrà è strategico; villaggio e colonia si trovano infatti ai bordi della strada 317, che corre lungo la Linea Verde e che divide la Cisgior­da­nia del sud da Israele.

E Israele sta creando lungo la 317 un anello di avamposti per annettere definitivamente tutto il sud di Hebron al proprio territorio.

Trascorro la maggior parte del mio tempo a Susiya, cercando di immergermi nel ritmo lento del villaggio. I bambini mi stanno sempre attorno e li osservo giocare; crescono nel clima violento dell’occupazione e questa violenza spesso si riflette nei loro giochi, ma fortunatamente a volte riusciamo a farli ridere con poco.

Bambini di Susiya@EAPPI2015

La mattina e a fine pomeriggio facciamo lunghe escursioni, con i soldati che seguono i nostri movimenti dalla torretta di guardia alla colonia. Vogliamo segnalare la nostra presenza, in modo che sappiano che gli attacchi e le minacce dei coloni ai palestinesi non passano inosservati. Visitiamo i gruppi di tende più isolati e prendiamo nota degli ultimi incidenti; un uliveto danneggiato da un incursione notturna, un ordine di demolizione per una casa situata al di fuori del perimetro di Susiya e un Palestinese aggredito fisicamente.

La comunità internazionale si sta mobilitando per salvare Susiya e quasi ogni giorno riceviamo delegazioni che portano il loro supporto alla comunità. Ieri abbiamo aiutato le donne a preparare una cena in onore di Alastair McPhail, il Console Generale Britannico a Gerusalemme.

Ha tenuto un discorso di cui riporto uno stralcio:
“La posizione del governo britannico contro lo spostamento di comunità nell’Area C è chiara. La demolizione di proprietà e lo sgombero di intere comunità dai loro villaggi causano enorme sofferenza ai palestinesi e nuocciono al processo di pace. Sono tutte, a parte pochissime eccezioni, contrarie al Diritto Internazionale Umanitario. Perciò sosteniamo la comunità di Susiya e speriamo l’anno prossimo di poter nuovamente festeggiare Ramadan, tutti assieme, nel villaggio”.  (originale inglese)

Arrivano anche alcuni pacifisti israeliani e ad uno di loro ho chiesto cosa lo ha spinto a Susiya e lui mi ha risposto che ha l’obbligo morale di aiutare i Palestinesi “because Israelis are losing their soul”. Mi è piaciuta la sua risposta, anche se penso che i coloni di Hebron e delle colline circostanti abbiano perduto la loro anima molto tempo fa.

La sera ci corichiamo presto e al buio discutiamo di quello che potrebbe succedere nelle prossime settimane; la speranza di tutti è che la mobilitazione della comunità internazionale riesca a fermare la demolizione di Susiya. Ma nell’ipotesi peggiore l’Esercito israeliano arriverà con i Bulldozer.

In quel caso quasi sicuramente chiuderanno il perimetro attorno al villaggio e noi resteremmo bloccati all’interno, con la possibilità di documentare le operazioni di demolizione e aiutare gli abitanti ad evacuare. Oppure saremo i primi a cui verrà chiesto di lasciare Susiya e non ci resterà altro da fare che assistere impotenti alla distruzione dell’intero villaggio.

Le autorità israeliane hanno detto che aspetteranno la fine del periodo di Ramadan prima di far arrivare i Bulldozer, ma qui non sono in molti a crederci.

Pare che l’Esercito abbia l’abitudine di arrivare alle prime luci del mattino.

 

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