Una notte interminabile

Malgrado gli sforzi della Comunità internazionale per salvare Susiya dalla demolizione,  venerdì abbiamo visto arrivare i Bulldozers.
Li hanno parcheggiati alla base militare israeliana che dista un paio di chilometri dal villaggio.

trasporto Bulldozers@EAPPI2015
trasporto Bulldozers@EAPPI2015

Il lunedì pomeriggio stavo preparando lo zaino per trascorrere la notte a Susiya, quando ci hanno telefonato per metterci in guardia; girava voce che l’esercito sarebbe arrivato all’alba del giorno dopo per mettere in atto la demolizione del villaggio.

Ho continuato a preparare lo zaino, ma ho aggiunto vestiti di ricambio, nell’eventualità di rimanere bloccata per qualche giorno all’interno del villaggio.

 A fine pomeriggio siamo partiti in tre per Susiya, dove abbiamo cenato con la famiglia del leader della comunità. Gli abbiamo espresso la nostra preoccupazione per quello che sarebbe potuto accadere l’indomani e lui su almeno un punto ci ha tranquillizzato; ha proibito ai bambini di lanciare pietre contro i soldati, per evitare reazioni sproporzionate da parte dell’Esercito. L’elemento incontrollabile, che fa paura a tutti, è rappresentato dagli abitanti della vicina colonia; sono armati e imprevedibili.

Dopo cena ci siamo seduti a chiacchierare su tre sedie sgangherate; mentre ammiravamo un incredibile cielo stellato abbiamo individuato due “zeppelin”, i palloni aerostatici armati di telecamere e sensori che Israele ha sparso lungo i suoi confini. Li abbiamo visti perché gli zeppelin si illuminano per qualche secondo a scadenza regolare. Erano proprio sopra le nostre teste; stavano sorvegliando i confini o stavano osservando il villaggio?

Ci siamo coricati e abbiamo cercato di dormire, ma le notti nel villaggio di Susiya possono essere alquanto movimentate: il vicino di tenda che guarda la Tv a tutto volume, i cani che abbaiano senza sosta, i galli che confondono la notte con il giorno e danno la sveglia a orari improbabili.

Era l’una quando ci siamo alzati e siamo scivolati fuori nel buio perché ci era parso di sentire nel terreno le vibrazioni di mezzi pesanti in arrivo. Poi ci siamo resi conto che le vibrazioni erano provocate dai caccia israeliani che sfrecciavano nel cielo a bassa quota.

Abbiamo deciso di fare dei turni di guardia perché ad un tratto ci è venuta la paura di essere sorpresi nel sonno dall’arrivo dei soldati. A Henk sarebbe toccato il primo turno, a Leif il secondo e a me l’ultimo. Verso le tre di mattina mi sono finalmente addormentata, la stanchezza ha avuto la meglio, ma alle sei ero già in piedi per dare il cambio a Leif, che dall’alto di una collinetta sorvegliava i movimenti alla base militare.

Penso che una pecora mi abbia seguito fino alla collina perché ad un tratto me la sono ritrovata accanto e, pensando che appartenesse ad un pastore che scorgevo in lontananza, l’ho accompagnata fino da lui.

E’ saltato fuori che non apparteneva al suo gregge, per cui m’è toccato tornare indietro con la pecora, sotto gli occhi dei soldati israeliani, che se ne stavano chiusi all’interno della loro jeep a seguire i nostri movimenti. Un soldato ha sporto la mano dal finestrino per salutarmi; forse il suo era un gesto di scherno, ma ho preferito credere al gesto di solidarietà di un soldato israeliano che pensa che la demolizione di Susiya sia una follia e che la nostra presenza possa servire a scongiurarla; l’ho salutato a mia volta.

La jeep se n’è andata, Leif è tornato a dormire e io per un paio d’ore sono stata di guardia, immersa nella luce dorata dell’alba, fra le magnifiche colline di Palestina. E man mano che passavano i minuti ero sempre più felice; perché per quel giorno i Bulldozers non sarebbero arrivati; perché non mi era toccato assistere alla demolizione del villaggio; perché la comunità internazionale aveva un giorno in più per cercare di fermare Israele.

Alle nove di mattina sono arrivati i colleghi a darci il cambio; nel viaggio di ritorno a noi tre ci ha preso il “fou rire”; abbiamo riso fino alle lacrime per dissolvere la tensione della notte.

Dopo poco eravamo nel nostro appartamento nella vicina cittadina di Yatta. Mi sono buttata a letto vestita e sono piombata per alcune ore in un sonno profondissimo.

#SaveSusiya

Sono tornata in Palestina da pochi giorni, su richiesta di EAPPI e Peace Watch Switzerland e riprendo a scrivere su questo Blog, che è diventato il Blog comune a tutti i ticinesi che partono come osservatori dei diritti umani in Palestina/Israele.

Faccio parte di un Team che assicura una presenza costante nel villaggio di Susiya, a rischio demolizione. Susiya è una piccola comunità di pastori e agricoltori, all’incirca 350 persone stanziate nelle colline a sud di Hebron.

Al momento c’è un reale e immediato pericolo che tutte le abitazioni di Susiya e 42 strutture di altro tipo, tra le quali la scuola del villaggio, il centro culturale, l’ambulatorio medico e i pannelli solari donati dalla Cooperazione Internazionale, vengano demoliti. Dopo una battaglia trascinatasi per anni la Corte Suprema israeliana, il 4 maggio scorso, ha dato all’Esercito e all’Amministrazione Civile (l’ente israe­liano che gesti­sce l’Area C della Cisgior­da­nia, ossia il 60% del ter­ri­to­rio) il via libera per lo sgombero del villaggio.

La storia di Susiya è la storia di un popolo che da almeno due secoli abita le colline a sud di Hebron e che da anni assiste impotente all’occupazione e alla confisca delle proprie terre. I problemi per la comunità iniziano nel 1983, quando nei pressi dell’antico villaggio palestinese viene edificata la piccola colonia israeliana di Suseya (le colonie che si insediano vicino ai villaggi palestinesi ne prendono sovente il nome;  in questo caso solo una vocale è stata cambiata).

Nel 1983 all’interno del villaggio palestinese viene scoperta un’antica sinagoga; nel 1986 la zona viene dichiarata sito archeologico e gli abitanti vengono forzati ad andarsene. Non avendo altre opzioni, le famiglie si spostano su un terreno a poche centinaia di metri dal vecchio villaggio, nella valle tra il sito archeologico e l’insediamento israeliano.  Alcune famiglie erigono tende, altre vanno a vivere nelle grotte.

Nel luogo dove era situato originariamente Susiya, dopo qualche tempo si insedia un avamposto, evidentemente considerato meno dannoso per i reperti archeologici dell’antico villaggio palestinese.

Nel 2001 l’Esercito israeliano, nel tentativo di scacciare definitivamente la popolazione di Susiya, distrugge le abitazioni, rende inutilizzabili i pozzi d’acqua e danneggia orti e uliveti.

Ma gli abitanti non cedono; non vogliono rinunciare al loro tradizionale stile di vita e abbandonare le proprie terre. Provano quindi a ricostruire il villaggio seguendo le vie legali: presentano un piano regolatore con il sostegno dell’Associazione Rabbini per i diritti umani, un gruppo di religiosi che ribadisce con forza che le demolizioni attuate dal governo di Benjamin Netanyahu sono contrarie al “diritto internazionale e alla tradizione ebraica”.

Seguire le vie legali si rivela purtroppo del tutto inutile; Susiya è situata nell’area C, sotto completo controllo israeliano, e le richieste di costruzione vengono rifiutate nel 94% dei casi. Gli abitanti di Susiya non hanno allora altra scelta che costruire illegalmente.

Nel 2014 i Rabbini per i Diritti Umani presentano un ricorso all’Alta Corte di Giustizia contro la decisione di respingere il piano regolatore.

Il 4 maggio 2015 il Tribunale respinge la richiesta di un provvedimento cautelare, lasciando l’intero villaggio esposto ad un imminente demolizione.

Nel silenzio che avvolge Susiya (è periodo di Ramadan e durante il giorno gli abitanti del villaggio riposano nelle tende) scruto la colonia di fronte e mi chiedo cosa abbia attirato i coloni in questo desolato lembo di terra, perennemente spazzato dal vento, al confine con il deserto del Negev.

Sullo sfondo la colonia israeliana@EAPPI2015

Forse in questo caso gli aiuti fiscali e le innumerevoli facilitazioni che il governo di Israele garantisce abitualmente ai coloni sono stati più allettanti del solito. Anche perché l’interesse di Israele per questa porzione di terrà è strategico; villaggio e colonia si trovano infatti ai bordi della strada 317, che corre lungo la Linea Verde e che divide la Cisgior­da­nia del sud da Israele.

E Israele sta creando lungo la 317 un anello di avamposti per annettere definitivamente tutto il sud di Hebron al proprio territorio.

Trascorro la maggior parte del mio tempo a Susiya, cercando di immergermi nel ritmo lento del villaggio. I bambini mi stanno sempre attorno e li osservo giocare; crescono nel clima violento dell’occupazione e questa violenza spesso si riflette nei loro giochi, ma fortunatamente a volte riusciamo a farli ridere con poco.

Bambini di Susiya@EAPPI2015

La mattina e a fine pomeriggio facciamo lunghe escursioni, con i soldati che seguono i nostri movimenti dalla torretta di guardia alla colonia. Vogliamo segnalare la nostra presenza, in modo che sappiano che gli attacchi e le minacce dei coloni ai palestinesi non passano inosservati. Visitiamo i gruppi di tende più isolati e prendiamo nota degli ultimi incidenti; un uliveto danneggiato da un incursione notturna, un ordine di demolizione per una casa situata al di fuori del perimetro di Susiya e un Palestinese aggredito fisicamente.

La comunità internazionale si sta mobilitando per salvare Susiya e quasi ogni giorno riceviamo delegazioni che portano il loro supporto alla comunità. Ieri abbiamo aiutato le donne a preparare una cena in onore di Alastair McPhail, il Console Generale Britannico a Gerusalemme.

Ha tenuto un discorso di cui riporto uno stralcio:
“La posizione del governo britannico contro lo spostamento di comunità nell’Area C è chiara. La demolizione di proprietà e lo sgombero di intere comunità dai loro villaggi causano enorme sofferenza ai palestinesi e nuocciono al processo di pace. Sono tutte, a parte pochissime eccezioni, contrarie al Diritto Internazionale Umanitario. Perciò sosteniamo la comunità di Susiya e speriamo l’anno prossimo di poter nuovamente festeggiare Ramadan, tutti assieme, nel villaggio”.  (originale inglese)

Arrivano anche alcuni pacifisti israeliani e ad uno di loro ho chiesto cosa lo ha spinto a Susiya e lui mi ha risposto che ha l’obbligo morale di aiutare i Palestinesi “because Israelis are losing their soul”. Mi è piaciuta la sua risposta, anche se penso che i coloni di Hebron e delle colline circostanti abbiano perduto la loro anima molto tempo fa.

La sera ci corichiamo presto e al buio discutiamo di quello che potrebbe succedere nelle prossime settimane; la speranza di tutti è che la mobilitazione della comunità internazionale riesca a fermare la demolizione di Susiya. Ma nell’ipotesi peggiore l’Esercito israeliano arriverà con i Bulldozer.

In quel caso quasi sicuramente chiuderanno il perimetro attorno al villaggio e noi resteremmo bloccati all’interno, con la possibilità di documentare le operazioni di demolizione e aiutare gli abitanti ad evacuare. Oppure saremo i primi a cui verrà chiesto di lasciare Susiya e non ci resterà altro da fare che assistere impotenti alla distruzione dell’intero villaggio.

Le autorità israeliane hanno detto che aspetteranno la fine del periodo di Ramadan prima di far arrivare i Bulldozer, ma qui non sono in molti a crederci.

Pare che l’Esercito abbia l’abitudine di arrivare alle prime luci del mattino.

 

La demolizione di un’identità

Majdal Bani Fali è un villaggio palestinese situato a Sud della città di Nablus. Conta 3000 abitanti e 27 km2 di terra: di questi, tuttavia, solo il 25% e’ ancora a disposizione della popolazione palestinese, mentre il resto e’ stato confiscato dalle autorità occupanti e trasformato in promessa per l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, illegali secondo la Legge Umanitaria Internazionale, Quarta Convenzione di Ginevra. Vicino a Majdal Bani Fali, nel mezzo fra i due avamposti militari israeliani Kida ed Esh Kodesh, si erge infatti la colonia chiamata Migdalim. Del 25% della terra a disposizione, soltanto un chilometro quadrato di terreno e’ superficie edificabile, cosi’ che la popolazione e’ obbligata a concentrarsi in un’area estremamente limitata del terreno di cui potrebbe invece usufruire in una normale situazione di autodeterminazione.

Oltre il nucleo di case vi sono soltanto campi su cui crescono gli ulivi, i quali sono un fondamento della cultura palestinese e sono ben più anziani della colonizzazione della Palestina da parte dello Stato di Israele: i più giovani hanno 200 anni, i più vecchi oltre 500. Sono alberi che sono cresciuti nei secoli e hanno visto diverse occupazioni susseguirsi fra loro e spartirsi la terra su cui da sempre affondano le loro radici, ma soprattutto sono alberi che hanno conosciuto generazioni e generazioni di palestinesi che se ne sono presi cura, ricevendo in cambio migliaia di olive.

La situazione attuale, purtroppo, non risparmia nemmeno le piante dalla violenza della forza occupante e dalla sua potenza distruttrice: così come qualsiasi edificio situato in quella che dopo gli accordi di Oslo è stata definita Area C della Cisgiordania (pari al 60% della Palestina, in cui vige il completo controllo civile e militare israeliano), anche gli uliveti si trovano in una situazione di estrema precarietà e rischiano di essere falciati da un bulldozer da un momento all’altro. Non sono nemmeno immuni dagli attacchi dei coloni israeliani, che spesso nella notte oppure di giorno coprendosi il volto, danno fuoco agli ulivi più imponenti o rimuovono quelli più fragili.

Giovedì 19 marzo 2015, Reda Khattib, contadino, si e’ recato a piedi nella sua proprietà e ha trovato il terreno sventrato; tutt’intorno molte tracce di bulldozer israeliani, i quali si sono letteralmente portati via oltre 300 ulivi e hanno distrutto i muri di sassi che servono a creare le pianure sulle pareti delle colline, dove poi possono crescere le piante.

Per costruire queste staccionate artigianali e’ richiesto un lavoro di precisione e di grande sudore e pazienza, poiché occorre ammassare una pietra sopra l’altra e livellare il tutto per decine e decine di metri. Ne risulta un’opera d’arte di ingegneria civile popolare, che ben si fonde con il colore del terreno e che sembra fatta apposta per ospitare e proteggere gli uliveti.

Per distruggere gli stessi muri costruiti con i sassi e il sudore, invece, un bulldozer israeliano impiega poco tempo, incalzato dalla potenza del motore e dal suo rumore aggressivo. Quel che rimane dopo sono soltanto pietre pesanti accanto ad altre più piccole, travolte dal terreno sventrato e sperdute sulla superficie della collina, a testimonianza che la prepotenza dell’uomo e’ passata anche da li’.

Quando Reda Khattib, contadino, si e’ recato a piedi nella sua proprietà, l’ha trovata sottosopra: al posto degli ulivi soltanto buchi nel terreno. La demolizione dei muri e il furto, insieme, costituiscono un danno economico di circa 20000 dollari, a cui si aggiunge l’offesa simbolica contro un’identità culturale che si erge attorno a queste piante. Per questo motivo, di fronte all’attacco alla proprietà di Reda Khattib, il resto del villaggio si ritiene coinvolto in prima persona, e soprattutto e’ consapevole che qualcosa si sta muovendo e che probabilmente quanto accaduto non e’ che una sorta di intimidazione: gli abitanti del villaggio temono infatti che gli ulivi sradicati dai soldati verranno ripiantati in terreni palestinesi confiscati e ora appartenenti alle colonie israeliane in Cisgiordania; sospettano inoltre che la demolizione di piante e muri nel villaggio di Majdal Bani Fali sia da considerare come un primo passo verso l’espansione dell’insediamento israeliano più vicino, oppure verso la costruzione di una strada riservata a coloni israeliani utile a collegare quest’ultimo ad altre zone dell’Area C.

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La demolizione di proprietà agricole o abitative in Palestina non e’ un fatto che riguarda soltanto il villaggio di Majdal Bani Fadil: si tratta purtroppo di una pratica settimanale che negli anni e’ diventata parte integrante della realtà, come dimostra il fatto che centinaia di famiglie palestinesi vivono in case sotto ordine di demolizione e non sanno per quanto ancora potranno continuare ad abitarci.

Il centro di informazione per i diritti umani dell’associazione pacifista israeliana B’Tselem (http://www.btselem.org/), ha reso noto che dal 2006 al 2014 Israele ha demolito almeno 817 edifici a scopo abitativo nelle diverse regioni della Palestina, rendendo di fatto senzatetto almeno 3956 persone, di cui 1925 minorenni. Per maggiori informazioni di ordine statistico, si consulti la pagina seguente: http://www.btselem.org/planning_and_building/statistics

Demolitions by year (Until 15 Dec. 2014)

Year Housing units People left homeless Minors left homeless
2014 141 715 386
2013 175 528 270
2012 98 526 274
2011 150 814 385
2010 85 387 184
2009 28 218 62
2008 44 276 160
2007 47 267 126
2006 49 225 78
Total 817 3,956 1,925

A questi numeri vanno aggiunti quelli delle demolizioni nell’area di Gerusalemme Est: nel decennio 2004-2014, sono state effettuate 545 demolizioni di case, che hanno lasciato senza tetto 2115 persone, tra cui 1140 minorenni. Per maggiori informazioni: http://www.btselem.org/planning_and_building/east_jerusalem_statistics

Demolition of houses in East Jerusalem, 2004-2014, B’Tselem data, updated to 15 Dec. 2014

Year
Housing units Of those: Demolition carried out by owners* People left homeless Minors left homeless
2004
53
No data
194
110
2005
70
No data
140
78
2006
44
No data
98
18
2007
62
No data
219
149
2008
78
5
340
188
2009
45
2
254
145
2010
23
10
181
91
2011
23
15
114
56
2012
28
8
107
52
2013
72
12
301
176
2014
47
16**
167
77
Total
545
68
2,115
1,140

Queste demolizioni vengono giustificate dallo Stato occupante di Israele come una risposta all’edificazione illegale da parte dei palestinesi: in realtà, quel che rende “illegali” queste abitazioni e’ il fatto di trovarsi in terre palestinesi confiscate dalle autorità israeliane, in cui vige il divieto di costruzione.

Nelle statistiche appena menzionate, infine, non rientrano le demolizioni di proprietà intese come punizioni nei confronti di palestinesi o le demolizioni a scopo militare; non rientrano neppure le demolizioni di muri di sassi e di uliveti, ne’ gli innumerevoli attacchi da parte dei coloni israeliani.

La sistematica demolizione di proprietà abitative e la requisizione di zone rurali, per quanto possa essere ripetutamente rivendicata da parte dello Stato di Israele come un insieme di misure di sicurezza, lascia pochi dubbi all’interpretazione dei piani coloniali che vi stanno alle spalle. La stessa osservazione della realtà geo-politica della Cisgiordania conferma che da decenni a questa parte e’ in atto un’avanzata etnico-militare da parte di Israele, la quale procede attraverso più canali ma che può essere identificata in due grandi binari paralleli: la conquista di nuove terre, spesso di interesse strategico per l’espansione delle colonie oppure per il controllo militare dell’area circostante, e l’offensiva contro i simboli dell’identità palestinese, la quale si concretizza non soltanto nel tentativo di cancellare la memoria storica di fronte al mondo e alle nuove generazioni, ma anche nella quotidianità degli attacchi contro gli uliveti e più in generale contro ogni manifestazione della vita contadina tradizionale. In questo modo, la segregazione della popolazione palestinese all’ombra del muro va di pari passo con l’imposizione di misure restrittive volte a rendere la vita estremamente difficile, tanto sul piano materiale quanto su quello simbolico: chi non riesce o non può sopportare queste condizioni miserabili, e’ costretto a fuggire, cedendo cosi’ alla progressiva pulizia etnica della Palestina da parte dello Stato occupante di Israele.

Sebbene gli oltre 5 milioni di profughi palestinesi (pari a più dei due terzi della popolazione della Palestina storica, quella precedente alla creazione di Israele nel 1948) sembrino dimostrare che la pulizia etnica stia effettivamente dando gli esiti sperati, nella Cisgiordania di inizio Ventunesimo Secolo la maggior parte della popolazione locale afferma di non avere nessuna intenzione di lasciare che la storia si ripeta, e ribadisce che “non ci saranno più profughi”.

Continuare a vivere nella propria terra e’ un dovere collettivo di fronte alla storia e nei riguardi delle generazioni a venire; imperativo e’ perciò fare i conti con le circostanze per niente favorevoli e rimanere fedeli alle proprie origini storiche e culturali, nonostante gli attacchi e le demolizioni.

Reda Khattib, contadino, tornerà a piedi nella sua proprietà, riammasserà una pietra sopra l’altra e ripianterà nuovi ulivi. Anche se avranno vita breve, anche se i soldati distruggeranno ancora e poi ancora. Del resto, in un paese in cui anche i sassi e gli uliveti soffrono la violenza dell’invasore, lavorare la propria terra e’ un atto di coraggio e resistenza.

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Il carcere come passaggio obbligato

Le informazioni e i dati relativi ai prigionieri palestinesi riportati nell’articolo sono tratte dai rapporti forniti dal gruppo legale di supporto ai prigionieri politici palestinesi ADDAMEER (http://www.addameer.org/)

In questo Blog si e’ gia’ parlato di pietre – vere o presunte – lanciate da  giovani palestinesi e di conseguenti arresti effettuati dai soldati israeliani. Risulta infatti estremamente difficile riportare la realta’ della Palestina senza toccare, anche solo indirettamente, questo soggetto: basti pensare che gli arresti di palestinesi da parte delle forze armate israeliane sono all’ordine del giorno e sono parte integrante della pianificazione dell’occupazione in Cisgiordania.

Il sistema carcerario israeliano nei Territori occupati e’ complesso e ramificato, ma rappresenta senz’altro il braccio di ferro della repressione israeliana in Palestina.

Partiamo dalle prigioni in quanto tali. Una volta arrestati dai soldati o dai servizi segreti israeliani, ai prigionieri palestinesi sono riservate diverse strutture di tipo carcerario: 4 centri di interrogazione, 4 centri di detenzione militare e 17 prigioni. Sedici di queste ultime si trovano in territorio israeliano, e cio’ le rende illegali secondo la legge umanitaria internazionale: la Quarta Convenzione di Ginevra, vieta infatti a uno Stato occupante di trasferire i detenuti nelle carceri ubicate sul proprio territorio.

http://www.addameer.org/
http://www.addameer.org/etemplate.php?id=302

Un’immagine inequivocabile del clima di repressione che si respira in Palestina e’ offerta dall’insieme dei dati relativi ai detenuti palestinesi. Secondo le ultime statistiche stilate in dicembre 2014, 6200 prigionieri politici palestinesi sono attualmente rinchiusi nelle carceri israeliane. Il grafico seguente offre maggiori informazioni sul tipo di reclusione a cui sono sottoposti i detenuti (http://www.addameer.org/etemplate.php?id=743):

Type of Prisoner Number of Prisoners
Total Number of Political Prisoners 6200
Administrative Detainees 465 (11 PLC members)
Female prisoners 23
Child prisoners 156 (17 under 16)
Palestinian Legislative Council members 22
East Jerusalem prisoners  376
1948 Territories prisoners  100
Gaza prisoners 380 (1 under the Unlawful Combatants Law)
Prisoners serving life sentences 479
Prisoners serving a sentence above 20 years 456
Prisoners serving more than 25 years 15
Prisoners serving more than 20 years 30
Prisoners before Oslo 30

Eccezion fatta per gli arresti legati a scontri o manifestazioni, i soldati israeliani tendono a prelevare i palestinesi dalle loro case durante la notte. Bendati e legati, spesso picchiati davanti ai famigliari, i prigionieri vengono fatti caricare sulla jeep militari e sono trasportati nei centri di interrogazione. Ne’ i prigionieri ne’ i famigliari vengono informati sul motivo dell’arresto e sul luogo di detenzione. Prima, dopo e durante gli interrogatori, i prigionieri subiscono “trattamenti speciali” che si  sommano alle gia’ rigidissime condizioni delle celle di isolamento, le quali sono accuratamente prive di finestre e di spazio vitale, di servizi igienici dignitosi e di coperte per scaldarsi, mentre rimangono illuminate 24 ore su 24 in modo tale da far perdere la concezione del tempo. Un’idea del tipo di “trattamento speciale” a cui i prigionieri sono tutt’oggi sottoposti, e’ offerta dal seguente documentario girato dalla rete televisiva iraniana PressTV e pubblicato in febbraio 2014:

Le visite dei famigliari sono altresi’ molto ristrette e complicate. Trovandosi quasi tutte le carceri in territorio israeliano, risulta estremamente difficile ottenere il visto per visitare i parenti in prigione. L’elaborazione della domanda di permesso richiede in genere fra gli uno e i tre mesi, e nessuna risposta positiva e’ assicurata. Al tempo stesso, la dispersione dei detenuti nelle galere israeliane implica un ostacolo economico non indifferente per molte famiglie. Nei casi in cui i parenti ottengono il permesso di visitare i prigionieri, devono fare i conti con la scarsissima generosita’ che viene loro offerta: il colloquio e’ concesso due volte al mese e la durata non deve superare i 45 minuti. Parenti e detenuti sono costretti a comunicare per telefono, separati da un vetro di plastica; nessun contatto fisico e’ consentito.

Nessun tipo di contatto con i famigliari e’ invece consentito agli oltre 465 prigionieri palestinesi in detenzione amministrativa. Si tratta di detenuti che rimangono in carcere per “ragioni di sicurezza” ma senza conoscere davvero il motivo del proprio arresto e senza mai essere processati. La detenzione amministrativa puo’ durare fino a sei mesi, ma spessissimo viene prolungata a tempo indeterminato al momento della scadenza. Ai prigionieri sono negate le visite dei famigliari e il supporto legale di un avvocato, ma cio’ che piu’ grava sulla loro stabilita’ e integrita’ mentale e’ il fatto di non sapere minimamente quando potranno essere liberati.

I seguenti video, disponibili sul sito internet di ADDAMEER (http://www.addameer.org/evideo.php) offrono una preziosa panoramica sulla detenzione amministrativa:

Il cuore della politica carceraria israeliana e’ infine costituito dai sistematici arresti e dalle prolungate detenzioni di minorenni, la maggior parte dei quali si concentra nella fascia d’eta’ che va dai 12 ai 17 anni. Secondo le statistiche di dicembre 2014, 156 bambini e adolescenti si trovano attualmente nelle carceri israeliane (vedi grafico sopra).

Va innanzitutto precisato che i prigionieri minorenni subiscono lo stesso trattamento dei prigionieri maggiorenni, con l’aggravante che possono sviluppare traumi molto seri con cui dovranno fare i conti per il resto della vita. Quasi tutti i minorenni palestinesi in carcere sono accusati di aver lanciato delle pietre: la pena può variare dai sei mesi fino ai venti anni. Naturalmente, moltissimi fra bambini e adolescenti sono arrestati senza conoscerne la ragione o senza aver mai lanciato un sasso: la realta’ e’ che il carcere rappresenta una sorta di passaggio obbligato per la maggior parte delle nuove generazioni palestinesi, un modo per spaventare e reprimere agli albori la resistenza. Il breve documentario che segue (anch’esso dispobile su http://www.addameer.org/evideo.php) fa luce sulle violazioni dei diritti umani da parte di Israele ai danni di bambini palestinesi:

Anche il documento di UNICEF e’ chiaro su questo aspetto: http://www.unicef.org/oPt/UNICEF_oPt_Children_in_Israeli_Military_Detention_Observations_and_Recommendations_-_6_March_2013.pdf

Il sistema carcerario rappresenta il braccio armato della repressione israeliana perché penetra la realtà quotidiana della popolazione palestinese disseminandola di violenza e di terrore. Dall’altra parte del muro, i detenuti e soprattutto i prigionieri minorenni sono supportati da alcune organizzazioni legali palestinesi ma soprattutto dall’affetto degli amici e dei parenti.

E’ il caso di Malak Al-Khatib, una ragazzina di quattordici anni arrestata lo scorso 31 dicembre e accusata di aver lanciato un sasso e possedere un coltello. Giovedi’ 4 febbraio, una manifestazione di solidarieta’ e’ stata organizzata nella corte della sua scuola a Beitin, nella provincia di Ramallah. Presenti in quanto internazionali,abbiamo assistito all’incontro fra genitori, fratelli, compagni di scuola, stampa e rappresentanti del Ministero dell’Educazione palestinese, i quali si sono ritrovati per denunciare la detenzione di Malak e di tutti i bambini da parte dello Stato di Israele. Di seguito, alcune fotografie dell’avvenimento:

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Il sistema carcerario non e’ che il braccio armato di un meccanismo ben piu’ grande, complesso e ramificato. Lo Stato di Israele non teme ne’ rispetta la legge internazionale delle Convenzioni di Ginevra e risoluto persevera le torture contro uomini, donne e minorenni. Al contempo, la multinazionale britannica della sicurezza G4S (http://www.g4s.uk.com/en-GB/) garantisce la protezione delle carceri israeliane e si arricchisce sulle spalle di chi subisce le violazioni dei piu’ basilari diritti umani.

Per questa ragione, il gruppo di supporto legale ai prigionieri politici palestinesi ADDAMEER ha da tempo lanciato una campagna di denuncia dellamultinazionale britannica. Maggiori informazioni si trovano sul sito internet http://www.addameer.org/gatesdivest

Un microcosmo di resistenza alla politica del terrore israeliana

Fra le colline della Palestina, quelle del distretto di Nablus e vicine alla piccola citta’ di Aqraba, si nasconde un minuscolo villaggio di ottanta abitanti – per lo piu’ pastori – e altrettanti animali. Un paese separato in due frazioni: Yanoun basso si trova in fondo alla vallata, mentre Yanoun alto si distende sull’estremita’ opposta, ai piedi della collina sovrastante.

Foto: R.K.
Foto: R.K.

Yanoun alto e Yanoun basso sono frazioni dello stesso villaggio, anche se a livello legale non e’ cosi’. Il motivo va ricercato nel modo in cui il governo israeliano amministra i territori della Cisgiordania, che occupa illegalmente dal 1967. La Palestina, eccezion fatta per la Striscia di Gaza, e’ divisa in tre diverse zone: Area A (amministrazione civile e militare palestinese), Area B (amministrazione civile palestinese e controllo militare israeliano) e Area C (completo controllo civile e militare israeliano). L’80% della popolazione palestinese vive ammassata nelle aree A e B, dove governa un’illusoria autorita’ palestinese, per la verita’ priva di ogni potere e sottomessa ai voleri e alle restrizioni economiche di Israele. Piu’ del 60% della Cisgiordania e oltre 300000 palestinesi si trovano invece in quella che Israele ha dichiarato Area C. Si tratta di ettari di terra pressoche’ confiscata, in cui i palestinesi non hanno il diritto di costruire nulla, nemmeno un muro per riparare il bestiame: sarebbe edificazione illegale.

Oltre a cio’, moltissime case dei villaggi nell’Area C hanno ricevuto, chi prima e chi dopo, un ordine di demolizione. Nessuno sa quando arriveranno i bulldozer israeliani: potrebbe essere fra un anno o anche due, oppure potrebbero presentarsi l’indomani. Centinaia di famiglie vivono cosi’ in una situazione di estrema precarieta’ fisica ed esistenziale: incapaci di pianificare la propria vita, devono accontentarsi di sopravivvere giorno dopo giorno, sperando che Dio gliela mandi buona ancora per un po’. Chi non riesce a reggere  la pressione fugge nelle zone  che ancora appartengono all’Area A o B, assecondando cosi’ il volere delle autorita’ israeliane e il loro progetto di ottenere tutta la terra ormai svuotata di ogni singolo palestinese. Addirittura, c’e’ chi nell’Area C decide di distruggere la propria casa prima che lo facciano i soldati israeliani, perche’ in questo modo si evita di dover subire la beffa della tassa da pagare per la demolizione.

 

Yanoun e’ un villaggio minuscolo ma al tempo stesso specchio dell’esistenza e della resistenza in Palestina. La frazione di Yanoun basso appartiene all’Area B, mentre quella di Yanoun alto all’Area C. La colpa di Yanoun alto e’ quella di trovarsi in territorio di interesse per l’espansione israeliana: sulle cime delle colline di tutta la Palestina e non solo di quelle del distretto di Nablus, sorgono  insediamenti di coloni israeliani – illegali secondo le convenzioni di Ginevra – che si ingrandiscono di settimana in settimana e che sono collegati fra loro da strade in cui i palestinesi non possono transitare. Ad oggi, si contano 150 insediamenti e piu’ di 540000 coloni in Cisgiordania. Oltre a cio’, moltissime terre sono state confiscate per far spazio agli oltre 100 avamposti militari israeliani.

Le colonie israeliane in Cisgiordania si dividono essenzialmente in due categorie: quelle a scopo economico, abitate da israeliani interessati ad approfittare dei prezzi estremamente bassi delle abitazioni e dei sostanziosi supporti garantiti dal governo, e quelle a scopo ideologico, le piu’ violente e pericolose per i palestinesi, abitate per lo piu’ da coloni e colonizzatori convinti che tutta la Palestina debba essere svuotata dei suoi abitanti e occupata da soli ebrei israeliani.

Yanoun si trova in una vallata, circondato da colline sulla cui cima si impongono, come a voler mostrare tutto il loro potere, sette insediamenti israeliani. Per ulteriori informazioni, e’ possible consultare il sito internet di Itamar, uno degli insediamenti ideologici circostanti: http://www.shechem.org/itamar/econt.html

Yanoun fa esperienza quotidiana della strategia del terrore messa in pratica dallo Stato di Israele, e ha inoltre vissuto sulla sua pelle la violenza dei coloni. Nel 2002, infatti, numerosi coloni israeliani discesero nel villaggio e costrinsero alla fuga tutti gli abitanti.il sindaco del villaggio, ricorda quei momenti: “Venivano ogni sabato sera, di notte, con i cani e le pistole. Salivano sui tetti delle case. Picchiavano gli uomini di fronte ai bambini. Un sabato dissero che sarebbero tornati la settimana successiva, e che entro allora tutti avrebbero dovuto lasciare il villaggio. E cosi’ tutti lasciarono le proprie case e i propri passati durante quella settimana.”

Ma grazie alla pressione della comunita’ internazionale e grazie al lavoro di attivisti locali oltre che del gruppo pacifista israeliano Ta’ ayush (http://www.taayush.org/), gli abitanti di Yanoun poterono tornare nelle loro case e ricominciare a vivere, seppur nella precarieta’ e nella paura.

Da allora, la costante presenza di internazionali – durante tutto l’anno per 24 ore al giorno – assicura un minimo di protezione. Negli anni, Yanoun ha subito ancora diversi attacchi da parte dei coloni israeliani, ma ha saputo continuare a esistere e oggi e’ ancora una realta’ – sicuramente molto scomoda per alcuni – della vita e della resistenza in Palestina.

Stop the Occupation!

Da un paio di mesi sono rientrata in Svizzera e riadattarsi non è stato facile: il distacco dalla Palestina è stato molto più difficile e doloroso di quanto pensassi.

Mi mancano le persone con cui ho condiviso questa esperienza; la gentilezza e l’ospitalità dei palestinesi; i  bambini delle scuole che monitoravamo che, per tre mesi di fila, ogni giorno mi hanno chiesto “What’s your naaaaaame?”; mi mancano Betlemme e le magnifiche mura della Città Vecchia di Gerusalemme; gli amici palestinesi, che trovano la forza di resistere all’occupazione; le situazioni lasciate in sospeso. Come starà il ragazzino che ha visto suo fratello morire per aver calpestato un ordigno inesploso?  E quello con un braccio e una gamba fratturati che ci ha raccontato di essere stato deliberatamente investito da un colono?  La famiglia a cui la Croce Rossa sta ricostruendo la casa dopo che l’esercito israeliano l’ha demolita?

Dell’esperienza palestinese non mi mancano le levatacce nel cuore della notte per raggiungere il Checkpoint 300, da cui si tornava stravolti e frustrati; l’odore acre del gas lacrimogeno, che aleggia nell’aria per giorni; lo scoppio nelle orecchie delle granate stordenti; i soldati israeliani che mi urlavano addosso per intimidirmi; la tensione costante quando dovevo recarmi ad Hebron, “il luogo del Male”, come l’ha definita il giornalista israeliano Gideon Levi nell’ottimo “This is my Land”, un documentario che chiunque interessato al conflitto dovrebbe vedere.

In questo Blog ho provato a descrivere una piccola parte di quello che ho vissuto nell’arco di tre mesi molto intensi a Betlemme. Adesso passo il testimone ad un altro ticinese,  che a inizio gennaio è partito per la Palestina con Peace Watch Switzerland e EAPPI; lui continuerà ad alimentare questo Blog, da una zona diversa della Cisgiordania, per darvi una visione il più ampia possibile di quello che sta succedendo da quelle parti!

Per quanto mi riguarda, sono molto triste per le notizie tragiche e sconfortanti che ogni giorno arrivano dalla Palestina. A Gaza già tre neonati sono morti dal freddo nelle case sventrate dall’offensiva di quest’estate.  Un volontario italiano, uno che faceva il nostro stesso lavoro, durante una manifestazione è stato ferito al petto dalle pallottole israeliane; Ziad Abi Eim, un Ministro dell’Autorità palestinese, che avevamo avuto occasione di conoscere, è morto nel corso di una protesta; per gli israeliani si è trattato di un infarto, i palestinesi dicono che è morto perché è stato colpito al petto con violenza dal calcio di un fucile israeliano. Uno dei bambini della scuola di Tuqu, uno di quelli che mi avrà chiesto 50 volte “What’s your naaaaame?”, è stato investito dall’auto di un colono.  E un amico palestinese, un attivista pacifista che ogni venerdì ci apriva casa sua per aggiornarci sulla situazione, è stato arrestato.

Ma voglio continuare a credere che un giorno l’occupazione avrà fine e allora cerco segni di speranza ovunque. Nelle parole dello  scrittore israeliano Avraham Yesoshua, che in una recente intervista ha detto “ciò che in definitiva chiedono i palestinesi è ciò a cui ha diritto ogni persona al mondo: essere cittadini della propria Patria, e questo dobbiamo concederlo, oramai anche il 50-60% degli israeliani è d’accordo”. Vedo speranza nell’adesione della Palestina alla Corte Penale Internazionale; nelle elezioni di marzo in Israele, perché i sondaggi indicano come oltre il 60% degli israeliani siano contrari ad una nuova premiership di Netanyahu, ed infine negli Stati europei che si pronunciano per il riconoscimento della Palestina!

La mia è la speranza che sempre più persone si uniscano a lanciare un messaggio molto chiaro, molto semplice, quello che le Women in Black ripetono ogni settimana ad un incrocio di Gerusalemme:

Stop the Occupation!

Pietre, vere o presunte

Un rapporto dell’UNICEF del 2013 sostiene che ogni anno 700 bambini e ragazzi palestinesi tra i 12 e i 17 anni vengono arrestati, interrogati e detenuti dall’esercito israeliano in condizioni che sono definibili inumane e degradanti secondo la Convenzione sui diritti dei minori e la Convenzione contro la tortura.

La maggior parte di queste giovanissime vittime viene arrestata anche solo per il lancio di pietre, reato per il quale è prevista una detenzione di almeno 6 mesi per bambini fino a 13 anni, ma può arrivare a vent’anni se le pietre sono lanciate verso mezzi in movimento e se a tirarle sono ragazzini dai 14 anni in su.

“Hanno lanciato pietre” è il mantra che risuona in tutta la Palestina e che sembra giustificare qualsiasi azione intrapresa dall’esercito israeliano.  Come nel campo rifugiati Aida, dove giornalmente ragazzini palestinesi e militari, giovanissimi pure loro, si scontrano in un gioco folle,  dettato dalla noia e dalla frustrazione di entrambe le parti.

Ogni giorno si ripete la stessa scena, che prevede l’irruzione nel campo di militari in tenuta anti-sommossa. Cominciano con il lanciare candelotti lacrimogeni e granate stordenti, per poi passare alle “rubber bullets”, pallottole vere rivestite di gomma.

A volte i militari rispondono al lancio di sassi dei ragazzini, ma molto spesso irrompono nel campo senza che ci sia provocazione alcuna.
Sembra questo il caso in cui è stato ferito, il 12 di ottobre, Tamer Abu Salem, colpito alla testa da una pallottola e operato d’urgenza.

A detta di Mohammad Al-Azza,  fotografo e videomaker che lavora nel Campo, si trattava di un esercitazione militare che ha visto i soldati impegnati a occupare i tetti e invadere l’intero campo. Prima di andarsene hanno sparato alle finestre dell’ufficio di Mohammad, come punizione per aver scattato delle fotografie.

Accusati di aver lanciato pietre anche i piccoli protagonisti di questi filmati:

8 settembre – Hebron

Al checkpoint di Salamymeh, agenti della polizia di frontiera fermano Oday Rajabi, 7 anni.

http://www.presstv.ir/detail/2014/09/09/378187/video-israelis-arrest-7yearold-in-wb/

24 settembre – Hebron

Una collega filma l’arresto di due ragazzi di 8 e 9 anni.

Nella cronaca di questi ultimi tempi non ci sono stati solo arresti di minorenni, ma anche tragici incidenti stradali.

19 ottobre – Sinjil

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Una bambina palestinese di 5 anni, Einas Khalil, muore dopo essere stata investita da un’auto guidata da un colono israeliano nei pressi della città di Sinjil. Un’altra bambina viene ferita.
Dopo l’incidente John Brown, pseudonimo di un accademico israeliano, scrive un articolo in cui mette a paragone il diverso trattamento riservato a palestinesi e coloni colpevoli di reati simili.

Il 25 luglio di quest’anno, Raed al Jabari, un 35enne padre palestinese di cinque figli, sta guidando sulla Route 60. A causa di antidolorifici presi in precedenza pare abbia un colpo di sonno e nei pressi del bivio di Gush Etzion urta una donna a lato della strada, ferendola leggermente. Al bivio successivo Al Jabari si  costituisce ad un’unità dell’esercito israeliano.

L’uomo viene arrestato e portato al centro di detenzione militare di Ofer. Il giudice militare lo rilascia su cauzione, avendo deciso che non è pericoloso e che il suo non è stato un atto terroristico. Ma è il mese di luglio e gli israeliani sono impegnati nell’operazione “Protective Edge”; anche in Cisgiordania la repressione è più dura del solito.
Senza alcuna prova ulteriore l’Avvocato militare generale decide di non rilasciare Al Jabari.

Il 9 settembre viene trasferito alla prigione di Eshel a Beersheba, in flagrante violazione del diritto internazionale che vieta la detenzione di residenti di una zona occupata militarmente al di fuori della zona di occupazione. Secondo le testimonianze, si rifiuta di uscire dal veicolo e viene forzato a scendere con le botte. Poche ore dopo il “Prison Service israeliano” (IPS) annuncia che il detenuto è stato trovato impiccato nella sua cella. La famiglia apprende della sua morte attraverso i media.

Il portale di news Walla! riferisce: ‘il prigioniero che si è suicidato, un 37enne palestinese di Hebron, è stato arrestato due mesi fa durante il l’Operazione “Brother’s Keeper” perché sospettato di reati contro la sicurezza.’

Ad oggi gli esiti del referto autoptico della Patologia israeliana non sono stati pubblicati ed al medico palestinese che era presente è stato impedito dal tribunale di pubblicare i risultati. Ha tuttavia raccomandato un autopsia palestinese supplementare. Dopo l’autopsia il ministro palestinese per i prigionieri ha annunciato che sul corpo non c’erano segni di impiccagione, bensì segni di percosse.

Il colono che ha investito e ucciso Einas Khalil è fuggito senza prestare aiuto alla bambina agonizzante. Solo quando è arrivato alla colonia di Ofra ha chiamato la polizia, che lo ha mandato a casa dalla sua famiglia.

Responsabile della morte di una bambina e del ferimento di un’altra, non è stato arrestato, non è stato portato in un centro di detenzione militare, non è stato processato senza prove, non è stato picchiato e non è stato accusato di reati contro la sicurezza.

Al Jabari, palestinese, colpevole di  aver leggermente ferito una donna, ha dovuto sopportare tutto questo ed è morto a causa di questo.  

23 ottobre – Gerusalemme

I giornali riportano la notizia di un attacco terroristico nel centro di Gerusalemme. Un’auto ha travolto dei passeggeri a una fermata del tram, uccidendo una bambina israeliana di tre mesi e ferendo altre persone. I palestinesi dicono che il giovane alla guida aveva appena preso la patente e ha molto probabilmente perso il controllo dell’auto.

Non sapremo mai la verità.  Abdel Rahman al-Shaludi, 20 anni, è stato ucciso dagli spari di una guardia civile.

I guardiani della città

Durante l’offensiva contro Gaza mi avevano stupita le fotografie di ebrei ortodossi che nelle grandi città protestavano a migliaia contro i bombardamenti sulla Striscia.

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Avendo letto che a guidare le manifestazioni erano esponenti di “Neturei Karta”, gruppo che si oppone con forza all’occupazione, mi ero ripromessa di approfondire l’argomento.

La possibilità l’ho avuta in occasione di una mia recente visita a Mea Shearim, quartiere ebraico vicino alla città vecchia di Gerusalemme. Il quartiere, sconsigliato dalle guide turistiche e evitato anche dagli stessi israeliani, è popolato esclusivamente da ebrei ortodossi, fra i quali molte famiglie appartenenti al gruppo “Neturei Karta”.

Visitare Mea Shearim è un’esperienza affascinante e straniante al tempo stesso; appena si mette piede nel quartiere si viene catapultati nel passato e avvolti da un’atmosfera che ricorda, a quanto pare, i villaggi ebraici di fine ottocento dell’est-europeo. Le vie sono affollate da uomini con lunghi riccioli ai lati del viso e abiti dalla foggia antica; pastrani neri, camicie bianche e cappelli a tesa larga o di pelliccia. Le donne vestono in modo dimesso, maglia a maniche lunghe e gonna lunga; quelle sposate hanno i capelli coperti da un foulard o una retina e  sono seguite da stuoli di bambini ben vestiti.

Per darvi un assaggio dell’atmosfera del quartiere vi propongo le fotografie scattate in occasione del Kaparot, cruento rituale che si tiene alla vigilia dello Yom Kippur, che quest’anno si è celebrato l’otto di ottobre.  (Foto: Abir Sultan/EPA)

Gli ortodossi ritengono che facendo roteare un pollo vivo attorno alla testa di una persona, i peccati di quest’ultima vengano trasferiti all’animale. Quando il pollo viene macellato, lo sgorgare del suo sangue rappresenta simbolicamente l’espiazione dei peccati del fedele, che può così presentarsi puro davanti a Dio nelle 25 ore di digiuno e preghiera a cui si dedicherà durante il giorno di Yom Kippur.

Nel quartiere di Mea Shearim bisogna muoversi con una certa cautela, attenti a non urtare la sensibilità degli abitanti, che hanno rinunciato a ogni forma di modernità e vivono seguendo le severe regole dettate dalle sacre scritture; regole che diventano ancor più restrittive durante lo Shabbat quando anche per i turisti vi è il divieto di scrivere, maneggiare soldi o usare un cellulare.

I muri all’entrata sono tappezzati da manifesti che ricordano ai turisti che non sono i benvenuti  e pregano di non disturbare la santità del quartiere e dello stile di vita di ebrei profondamente devoti a Dio e alla sua Torà.

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E’  capitato che gli abitanti abbiano aggredito verbalmente e addirittura anche fisicamente turisti che non erano vestiti in modo appropriato. In occasione della mia visita sono stata molto attenta al mio abbigliamento e  ho potuto esplorare tranquillamente le vie di Mea Shearim, anche se non ho osato scattare fotografie.

Il quartiere è molto povero; le facciate degli edifici sono vecchie e sporche, le botteghe sono anguste e espongono poca varietà di mercanzia eccettuati i negozi di “Judaica”, dove si vendono libri e oggettistica interamente dedicati alla cultura ebraica.

Fra gli ebrei ultra-ortodossi c’è un altissimo tasso di disoccupazione e la maggior parte delle famiglie vive grazie ai sussidi; gli uomini sono principalmente dediti allo studio della Torà e del Talmud mentre le donne  provvedono al sostentamento della famiglia e si occupano della prole, compito non da poco dal momento che a Mea Shearim la media è di sette bambini per nucleo famigliare .

Purtroppo non sono stata in grado di distinguere gli appartenenti a Neturai Karta dagli altri ebrei ortodossi e mi sono resa conto che mi ci vorrebbero mesi per riuscire ad orientarmi nella vasta galassia dei gruppi religiosi che popolano Mea Shearim.

Ad accomunarli è il rifiuto di prestare servizio militare. A marzo il Parlamento israeliano ha però reso il servizio di leva obbligatori anche per loro, malgrado la decisione sia sta ampiamente contestata. Qualche settimana prima, a Gerusalemme centinaia di migliaia di ebrei ortodossi erano scesi in piazza per manifestare.

Photo credit: Abir Sultan / European Pressphoto Agency

I ragazzi impugnavano cartelli che recitavano “Avete creato voi il problema fondando lo stato di Israele. Non chiedeteci di risolverlo facendoci arruolare nell’IDF!” La scritta è esemplare del forte sentimento anti-sionista che anima alcuni gruppi di ebrei ortodossi di Mea Shearim e nel quartiere si scorgono ovunque segni di anti-sionismo.

Manifesti che richiamano al riconoscimento della città di Gerusalemme come capitale indivisibile della Palestina e parecchie bandiere palestinesi dipinte sui muri. Spicca inoltre la totale assenza di bandiere israeliane e non potrebbe essere altrimenti visto che gli abitanti del quartiere si rifiutano di riconoscere lo Stato di Israele.

Ortodossi ebrei bruciano la bandiera israeliana
Ortodossi ebrei bruciano la bandiera israeliana

Anche i Neturei Karta, che in aramaico significa “I guardiani della città”, si oppongono decisamente all’esistenza stessa dello Stato e sono anche il gruppo più radicalmente anti-sionista.

Le origini dei “Guardiani della città” risalgono ai primi del Novecento, quando una parte dei vecchi abitanti ebrei di Gerusalemme cominciò a organizzarsi per fronteggiare la minaccia dei nuovi immigrati sionisti, politicizzati e poco o nulla osservanti delle norme religiose.  Nel tempo molti gruppi si sono avvicinati al sionismo, ma i “Guardiani della città” restano tenacemente impegnati nella contestazione dello Stato di Israele al punto che non si recano a pregare al Muro del pianto perché la ritengono terra occupata, così come Gerusalemme est.

Secondo la loro interpretazione delle scritture agli ebrei è proibito avere un proprio Stato fino alla venuta del Messia e ritengono che l’attuale stato di Israele rappresenti un affronto alla volontà divina. Ne chiedono quindi la dissoluzione e la restituzione della terra ai palestinesi.

Questa solidarietà con i palestinesi ha attirato loro la persecuzione da parte di Israele al punto di spingere molti seguaci a lasciare il Paese.  Altri hanno preferito emigrare per il rifiuto ideologico di vivere in uno Stato che ritengono illegittimo.

Il mondo degli ebrei ortodossi è difficilmente accessibile, ma voglio tornare nel suggestivo quartiere  di Mea Shearim in compagnia di una guida, per cercare di conoscere meglio la loro cultura e le loro usanze. E  capire qualcosa in più anche dei “Guardiani della città”. Queste le parole che ho estrapolato da un loro proclama:

“Noi vogliamo che tutta la terra palestinese sia restituita ad un governo palestinese.
Noi vogliamo il ritorno di tutti i profughi umiliati, anziani e giovani, alla loro legittima patria.
Noi vogliamo vivere nella terra della Palestina come ebrei anti-sionisti, risiedere qui come cittadini palestinesi leali e pacifici, così come i nostri avi che avevano vissuto in Palestina per secoli prima della tragica usurpazione di questo paese.”

L’arte di resistenza

A Betlemme stanno lentamente tornando i turisti e i taxisti della città hanno ripreso a proporre il “Graffiti Tour” lungo il Muro che da casa nostra si estende fino al Campo profughi di Aida. Artisti da ogni parte del mondo hanno dipinto questo tratto di Barriera in risposta all’appello dell’inglese Banksy, uno dei maggiori esponenti della Street Art, che li ha invitati a portare un messaggio di solidarietà ai palestinesi. Disseminate nella cittadina Banksy ha lasciato ben nove opere, tra le quali il noto “lanciatore di fiori”, dipinto sul muro di un garage.

I graffiti dei palestinesi sono meno artistici di quelli degli Street Artists internazionali ed hanno un significato più politico; si sono sviluppati durante la Prima Intifada, quando ancora non c’erano Internet e i social media e bisognava lanciare messaggi agli abitanti dei villaggi, spesso costretti sotto coprifuoco. Sui muri cominciarono a vedersi slogan politici, appuntamenti per scioperi della fame, inviti a boicottare il lavoro in Israele o anche solo annunci di eventi comunitari.

Da allora il graffito è rimasto un mezzo per mobilitare la popolazione palestinese e per riaffermare la propria identità politica.

Il simbolo per eccellenza della resistenza palestinese, che vedo raffigurato ovunque, è il piccolo Handala. E’ un bambino povero, vestito di stracci e con i piedi nudi; tiene lo sguardo ostinatamente rivolto alla sua terra e volta le spalle a chi le ha voltate al dolore dei palestinesi. L’Handala è tratteggiato sulla Barriera di separazione, sui muri decrepiti dei campi profughi, sui pali della luce, nei cortili delle scuole.

Il personaggio è nato dalla matita di Naji al-Ali, che in molti considerano il più grande vignettista del mondo arabo e che, attraverso la sua arte, ha testimoniato il dramma del suo popolo. Handala è il nome di un frutto molto amaro che cresce da queste parti e al- Ali lo scelse per simboleggiare l’amarezza che prova il popolo palestinese. Il bambino è l’alter ego del suo inventore che, a seguito della guerra arabo-israeliana del 1948, fu costretto con la famiglia ad emigrare in un campo profughi a sud del Libano.

Naji al-Ali e la moglie Widad
Naji al-Ali e la moglie Widad

“Lo disegnai come un bambino brutto, con i capelli come quelli di un riccio perché il riccio usa i suoi capelli come un’arma. Handala non è un bambino ben pasciuto, capriccioso e spensierato, è a piedi nudi, come i bambini dei campi profughi. In quanto povero non ha nulla da perdere. Non accetta compromessi, è un oppresso, ma non gli mancano le forze per affrontare e combattere tutte le forme di oppressione. Handala ha 10 anni, l’età che avevo io quando ho lasciato il mio villaggio. Continuerà ad avere 10 anni finché non farà ritorno a casa sua, in Palestina: solo allora potrà riprendere a crescere.”

Le vignette di al-Ali evocano l’esilio, la distruzione, la sofferenza, ma anche la tenacia e la resistenza. Handala non distoglie mai lo sguardo dalla Palestina, caparbio testimone delle violenze perpetrate contro il suo popolo.

Se volete conoscere meglio l’Handala e il suo autore vi segnalo “Filastin-l’arte di resistenza del vignettista Naji al-Ali”. Vauro Senesi, vignettista de il Manifesto, nella prefazione del libro scrive che: ”Handala è ancora un bambino, la matita che lo disegnò non può più farlo crescere. Naji al-Ali che la impugnava come un’arma di amore è stato ammazzato da una pallottola, colpevole di avergli dato vita”

Era il 1987, la pallottola lo raggiunse mentre camminava verso gli uffici del quotidiano dove lavorava, a Londra; è stato ucciso per le sue idee politiche, che esprimeva con forza attraverso la sua arte. Il suo ricordo è ancora vivo e il piccolo Handala resta un potente simbolo di resistenza. Non è l’unico; anche le chiavi sono un’icona della resistenza palestinese,  e un’enorme chiave campeggia all’entrata del Campo rifugiati Aida.  

Quando i palestinesi, alla proclamazione dello Stato di Israele nel 1948, fuggirono o furono scacciati dalle loro case portarono con sé le chiavi, convinti di poter tornare in un immediato futuro. Ma gli oltre 700.000  palestinesi costretti ad andarsene dai loro villaggi si videro rifiutare ogni diritto al ritorno al termine del conflitto. E rimasero a vivere nei campi profughi dei Paesi confinanti o in quelli di Cisgiordania e Gaza.

 L’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione) definisce un rifugiato palestinese nel seguente modo:

“I rifugiati palestinesi sono persone il cui normale luogo di residenza era la Palestina tra il giugno 1946 e il maggio 1948, che hanno perso tanto le loro abitazioni quanto i loro mezzi di sussistenza come risultato della guerra arabo-israeliana del 1948”.

La definizione di rifugiato copre anche i discendenti delle persone divenute profughi nel 1948 e oggi i sette milioni di rifugiati palestinesi (cinque dei quali assistiti dall’UNWRA) rappresentano il più grande gruppo di rifugiati al mondo. Il loro diritto di tornare alle proprie case, e di ricevere un indennizzo per i danni causati a queste, è sancito dal diritto internazionale, dalla risoluzione 194, che l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato in data 11 dicembre 1948.

Ma nonostante i suoi chiari obblighi secondo il diritto internazionale, Israele continua a opporre resistenza alle richieste da parte dei rifugiati palestinesi che da quattro generazioni si tramandano le pesanti chiavi arrugginite, nella speranza di poter ritrovare un giorno le mura della propria casa.

 

Rompere il silenzio

“Il nostro comandante ci ha comunicato via radio che c’erano dei bambini che stavano lanciando pietre sul muro e bisognava far qualcosa. Non c’era nessun bambino. Non stava succedendo niente. Aveva mentito. Io e il mio collega gli abbiamo risposto “Ok, d’accordo” e siamo montati sulla jeep. Abbiamo sbloccato una granata stordente e l’abbiamo gettata oltre il muro. C’è stata una detonazione potente. Mi sono accorta di un Palestinese che lavorava nel suo campo. Era atterrito.

Ricordo di essere stata molto fiera del mio gesto. Poi la sensazione di eroismo si è trasformata in un senso di vergogna. Avevo vergogna di me stessa. Era come se il territorio palestinese fosse il nostro terreno di gioco, dove ci era permesso fare quello che volevamo, quando volevamo.”

Adi Mazor (Foto: Andrea DiCenzo)

Questa è una delle tante testimonianze, raccolte dall’organizzazione Breaking the Silence, fondata dieci anni fa da ex-soldati israeliani che hanno deciso di parlare, di denunciare le gravi violenze e i soprusi messi in atto quotidianamente dall’esercito nei confronti della popolazione palestinese. Vi invito ad ascoltare alcune di queste testimonianze video, sono sicura che non vi lasceranno indifferenti.

Il loro intento è quello di informare la società israeliana su quello che succede realmente nei Territori e dimostrare che le pesanti restrizioni che condizionano la vita dei palestinesi non servono, come affermano i leader politici, a garantire la sicurezza dei cittadini dello Stato ebraico, ma a mantenere il controllo e l’occupazione dei Territori e a garantire la loro annessione di fatto.

Per conoscere meglio l’organizzazione abbiamo incontrato Shay Davidovich,  ex-soldato diventato attivista.

In primo piano Shay Davidovich - Foto di Patrick Costello
In primo piano Shay Davidovich (Foto: Patrick Costello/EAPPI)

Da quando si è unito a Breaking the Silence i suoi genitori, coloni con solidi principi sionisti, si vergognano di lui. Noi invece pensiamo che sia molto coraggioso e la sua testimonianza ci aiuta a capire le motivazioni che stanno alla base delle situazioni, assolutamente ingiustificate, con cui siamo giornalmente confrontati: arresti di minorenni, irruzioni notturne nei villaggi, dispiegamento di soldati attorno alle scuole, abuso di potere nei Checkpoints e uso massiccio di gas lacrimogeno e granate stordenti.

Shay ci spiega che molte operazioni sono intraprese dell’esercito unicamente per far sentire la propria presenza nei Territori; per ricordare ai palestinesi chi comanda nella regione. L’esercito usa la violenza per mantenere la popolazione in un clima di paura . Un esempio sono le pratiche di addestramento dell’esercito israeliano.

Nell ’agosto del 2011 Shay era distaccato nella Valle del Giordano e la missione della sua divisione era quella di simulare l’occupazione di un villaggio a sud del Libano. I comandanti israeliani ritengono che il modo migliore di esercitarsi a prendere il controllo di un villaggio libanese sia quello di fare pratica con un villaggio palestinese. Un vero villaggio palestinese.

 L’attacco simulato a cui Shay ha preso parte prevedeva un massiccio spiegamento di truppe di fanteria. I soldati hanno fatto irruzione nel villaggio seminando il panico a colpi di granate stordenti, mentre in un’area adiacente il paese i carri armati aprivano il fuoco e gli elicotteri si alzavano in volo. Potete immaginarvi il caos e il terrore fra gli abitanti del villaggio.

Shay confessa che durante l’esercitazione non ha pensato nemmeno per un secondo al fatto che stavano invadendo un villaggio abitato, a quel tempo per lui era assolutamente normale esercitarsi su civili palestinesi.

Per capire come questo sia possibile bisogna sapere che ancor prima del servizio di leva gli israeliani subiscono un pesante indottrinamento nelle scuole, che li prepara al loro ruolo nell’esercito.  Al contempo vengono mantenuti nell’ignoranza riguardo la realtà nella regione. Le mappe geografiche degli istituti scolastici non contemplano la Linea Verde che separa Israele dalla Cisgiordania, da Gaza e dalle alture del Golan. Israele viene presentata come un unico blocco. La Palestina, semplicemente, non esiste.

Gli attivisti di Breaking The Silence cercano di rompere il silenzio dei media e della società sulla brutalità dell’esercito, ma non vengono ascoltati. Shay ci dice che in dieci anni di lavoro l’organizzazione non è riuscita a cambiare la consapevolezza dei cittadini israeliani, che restano strenuamente convinti della validità e correttezza del loro esercito, che non esitano a definire “il più morale del mondo”.

Una possibilità per cambiare l’opinione pubblica è stata offerta dalla lettera che 43 riservisti dell’unità 8-200, una delle più prestigiose dell’intelligence militare, hanno recentemente recapitato al premier Netanyau. Nella missiva ufficiali e militari dichiaravano di non essere più disposti a “raccogliere materiale che colpisce palestinesi innocenti“ e che la finalità del lavoro di intelligence “non è tanto la difesa di Israele quanto la prosecuzione della occupazione dei Territori”.

La lettera ha rappresentato una delle più importanti espressioni di obiezione di coscienza mai registrate in Israele, ma la risposta dai vertici dello stato non si è fatta attendere: il generale Motti Almoz, portavoce dell’esercito israeliano, ha scritto che i “Refusenik” (letteralmente “rifiutati”) affronteranno “un procedimento disciplinare che sarà nitido e chiaro” aggiungendo che “non c’è posto per il rifiuto nell’IDF”.

Moshe Ya’alon, ministro della Difesa israeliano, ha detto che gli obiettori dell’unita’ di intelligence 8.200 saranno trattati come dei criminali

Moshe Yaalon (Foto: Marc Israel Sellem/The Jerusalem Post)

Mi rattrista molto leggere che i 43 firmatari della lettera rischiano l’incriminazione, ma come Shay penso che i soldati debbano insistere e continuare a testimoniare quello che succede nei Territori.

O rifiutarsi di servire nell’esercito, come ha fatto questo coraggioso Refusenik, uno dei pochissimi obiettori di coscienza in Israele. Il prezzo che dovrà pagare per il suo coraggio sarà l’emarginazione dalla società israeliana.

 

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