Una notte interminabile

Malgrado gli sforzi della Comunità internazionale per salvare Susiya dalla demolizione,  venerdì abbiamo visto arrivare i Bulldozers.
Li hanno parcheggiati alla base militare israeliana che dista un paio di chilometri dal villaggio.

trasporto Bulldozers@EAPPI2015
trasporto Bulldozers@EAPPI2015

Il lunedì pomeriggio stavo preparando lo zaino per trascorrere la notte a Susiya, quando ci hanno telefonato per metterci in guardia; girava voce che l’esercito sarebbe arrivato all’alba del giorno dopo per mettere in atto la demolizione del villaggio.

Ho continuato a preparare lo zaino, ma ho aggiunto vestiti di ricambio, nell’eventualità di rimanere bloccata per qualche giorno all’interno del villaggio.

 A fine pomeriggio siamo partiti in tre per Susiya, dove abbiamo cenato con la famiglia del leader della comunità. Gli abbiamo espresso la nostra preoccupazione per quello che sarebbe potuto accadere l’indomani e lui su almeno un punto ci ha tranquillizzato; ha proibito ai bambini di lanciare pietre contro i soldati, per evitare reazioni sproporzionate da parte dell’Esercito. L’elemento incontrollabile, che fa paura a tutti, è rappresentato dagli abitanti della vicina colonia; sono armati e imprevedibili.

Dopo cena ci siamo seduti a chiacchierare su tre sedie sgangherate; mentre ammiravamo un incredibile cielo stellato abbiamo individuato due “zeppelin”, i palloni aerostatici armati di telecamere e sensori che Israele ha sparso lungo i suoi confini. Li abbiamo visti perché gli zeppelin si illuminano per qualche secondo a scadenza regolare. Erano proprio sopra le nostre teste; stavano sorvegliando i confini o stavano osservando il villaggio?

Ci siamo coricati e abbiamo cercato di dormire, ma le notti nel villaggio di Susiya possono essere alquanto movimentate: il vicino di tenda che guarda la Tv a tutto volume, i cani che abbaiano senza sosta, i galli che confondono la notte con il giorno e danno la sveglia a orari improbabili.

Era l’una quando ci siamo alzati e siamo scivolati fuori nel buio perché ci era parso di sentire nel terreno le vibrazioni di mezzi pesanti in arrivo. Poi ci siamo resi conto che le vibrazioni erano provocate dai caccia israeliani che sfrecciavano nel cielo a bassa quota.

Abbiamo deciso di fare dei turni di guardia perché ad un tratto ci è venuta la paura di essere sorpresi nel sonno dall’arrivo dei soldati. A Henk sarebbe toccato il primo turno, a Leif il secondo e a me l’ultimo. Verso le tre di mattina mi sono finalmente addormentata, la stanchezza ha avuto la meglio, ma alle sei ero già in piedi per dare il cambio a Leif, che dall’alto di una collinetta sorvegliava i movimenti alla base militare.

Penso che una pecora mi abbia seguito fino alla collina perché ad un tratto me la sono ritrovata accanto e, pensando che appartenesse ad un pastore che scorgevo in lontananza, l’ho accompagnata fino da lui.

E’ saltato fuori che non apparteneva al suo gregge, per cui m’è toccato tornare indietro con la pecora, sotto gli occhi dei soldati israeliani, che se ne stavano chiusi all’interno della loro jeep a seguire i nostri movimenti. Un soldato ha sporto la mano dal finestrino per salutarmi; forse il suo era un gesto di scherno, ma ho preferito credere al gesto di solidarietà di un soldato israeliano che pensa che la demolizione di Susiya sia una follia e che la nostra presenza possa servire a scongiurarla; l’ho salutato a mia volta.

La jeep se n’è andata, Leif è tornato a dormire e io per un paio d’ore sono stata di guardia, immersa nella luce dorata dell’alba, fra le magnifiche colline di Palestina. E man mano che passavano i minuti ero sempre più felice; perché per quel giorno i Bulldozers non sarebbero arrivati; perché non mi era toccato assistere alla demolizione del villaggio; perché la comunità internazionale aveva un giorno in più per cercare di fermare Israele.

Alle nove di mattina sono arrivati i colleghi a darci il cambio; nel viaggio di ritorno a noi tre ci ha preso il “fou rire”; abbiamo riso fino alle lacrime per dissolvere la tensione della notte.

Dopo poco eravamo nel nostro appartamento nella vicina cittadina di Yatta. Mi sono buttata a letto vestita e sono piombata per alcune ore in un sonno profondissimo.

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