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Il carcere come passaggio obbligato

Le informazioni e i dati relativi ai prigionieri palestinesi riportati nell’articolo sono tratte dai rapporti forniti dal gruppo legale di supporto ai prigionieri politici palestinesi ADDAMEER (http://www.addameer.org/)

In questo Blog si e’ gia’ parlato di pietre – vere o presunte – lanciate da  giovani palestinesi e di conseguenti arresti effettuati dai soldati israeliani. Risulta infatti estremamente difficile riportare la realta’ della Palestina senza toccare, anche solo indirettamente, questo soggetto: basti pensare che gli arresti di palestinesi da parte delle forze armate israeliane sono all’ordine del giorno e sono parte integrante della pianificazione dell’occupazione in Cisgiordania.

Il sistema carcerario israeliano nei Territori occupati e’ complesso e ramificato, ma rappresenta senz’altro il braccio di ferro della repressione israeliana in Palestina.

Partiamo dalle prigioni in quanto tali. Una volta arrestati dai soldati o dai servizi segreti israeliani, ai prigionieri palestinesi sono riservate diverse strutture di tipo carcerario: 4 centri di interrogazione, 4 centri di detenzione militare e 17 prigioni. Sedici di queste ultime si trovano in territorio israeliano, e cio’ le rende illegali secondo la legge umanitaria internazionale: la Quarta Convenzione di Ginevra, vieta infatti a uno Stato occupante di trasferire i detenuti nelle carceri ubicate sul proprio territorio.

http://www.addameer.org/
http://www.addameer.org/etemplate.php?id=302

Un’immagine inequivocabile del clima di repressione che si respira in Palestina e’ offerta dall’insieme dei dati relativi ai detenuti palestinesi. Secondo le ultime statistiche stilate in dicembre 2014, 6200 prigionieri politici palestinesi sono attualmente rinchiusi nelle carceri israeliane. Il grafico seguente offre maggiori informazioni sul tipo di reclusione a cui sono sottoposti i detenuti (http://www.addameer.org/etemplate.php?id=743):

Type of Prisoner Number of Prisoners
Total Number of Political Prisoners 6200
Administrative Detainees 465 (11 PLC members)
Female prisoners 23
Child prisoners 156 (17 under 16)
Palestinian Legislative Council members 22
East Jerusalem prisoners  376
1948 Territories prisoners  100
Gaza prisoners 380 (1 under the Unlawful Combatants Law)
Prisoners serving life sentences 479
Prisoners serving a sentence above 20 years 456
Prisoners serving more than 25 years 15
Prisoners serving more than 20 years 30
Prisoners before Oslo 30

Eccezion fatta per gli arresti legati a scontri o manifestazioni, i soldati israeliani tendono a prelevare i palestinesi dalle loro case durante la notte. Bendati e legati, spesso picchiati davanti ai famigliari, i prigionieri vengono fatti caricare sulla jeep militari e sono trasportati nei centri di interrogazione. Ne’ i prigionieri ne’ i famigliari vengono informati sul motivo dell’arresto e sul luogo di detenzione. Prima, dopo e durante gli interrogatori, i prigionieri subiscono “trattamenti speciali” che si  sommano alle gia’ rigidissime condizioni delle celle di isolamento, le quali sono accuratamente prive di finestre e di spazio vitale, di servizi igienici dignitosi e di coperte per scaldarsi, mentre rimangono illuminate 24 ore su 24 in modo tale da far perdere la concezione del tempo. Un’idea del tipo di “trattamento speciale” a cui i prigionieri sono tutt’oggi sottoposti, e’ offerta dal seguente documentario girato dalla rete televisiva iraniana PressTV e pubblicato in febbraio 2014:

Le visite dei famigliari sono altresi’ molto ristrette e complicate. Trovandosi quasi tutte le carceri in territorio israeliano, risulta estremamente difficile ottenere il visto per visitare i parenti in prigione. L’elaborazione della domanda di permesso richiede in genere fra gli uno e i tre mesi, e nessuna risposta positiva e’ assicurata. Al tempo stesso, la dispersione dei detenuti nelle galere israeliane implica un ostacolo economico non indifferente per molte famiglie. Nei casi in cui i parenti ottengono il permesso di visitare i prigionieri, devono fare i conti con la scarsissima generosita’ che viene loro offerta: il colloquio e’ concesso due volte al mese e la durata non deve superare i 45 minuti. Parenti e detenuti sono costretti a comunicare per telefono, separati da un vetro di plastica; nessun contatto fisico e’ consentito.

Nessun tipo di contatto con i famigliari e’ invece consentito agli oltre 465 prigionieri palestinesi in detenzione amministrativa. Si tratta di detenuti che rimangono in carcere per “ragioni di sicurezza” ma senza conoscere davvero il motivo del proprio arresto e senza mai essere processati. La detenzione amministrativa puo’ durare fino a sei mesi, ma spessissimo viene prolungata a tempo indeterminato al momento della scadenza. Ai prigionieri sono negate le visite dei famigliari e il supporto legale di un avvocato, ma cio’ che piu’ grava sulla loro stabilita’ e integrita’ mentale e’ il fatto di non sapere minimamente quando potranno essere liberati.

I seguenti video, disponibili sul sito internet di ADDAMEER (http://www.addameer.org/evideo.php) offrono una preziosa panoramica sulla detenzione amministrativa:

Il cuore della politica carceraria israeliana e’ infine costituito dai sistematici arresti e dalle prolungate detenzioni di minorenni, la maggior parte dei quali si concentra nella fascia d’eta’ che va dai 12 ai 17 anni. Secondo le statistiche di dicembre 2014, 156 bambini e adolescenti si trovano attualmente nelle carceri israeliane (vedi grafico sopra).

Va innanzitutto precisato che i prigionieri minorenni subiscono lo stesso trattamento dei prigionieri maggiorenni, con l’aggravante che possono sviluppare traumi molto seri con cui dovranno fare i conti per il resto della vita. Quasi tutti i minorenni palestinesi in carcere sono accusati di aver lanciato delle pietre: la pena può variare dai sei mesi fino ai venti anni. Naturalmente, moltissimi fra bambini e adolescenti sono arrestati senza conoscerne la ragione o senza aver mai lanciato un sasso: la realta’ e’ che il carcere rappresenta una sorta di passaggio obbligato per la maggior parte delle nuove generazioni palestinesi, un modo per spaventare e reprimere agli albori la resistenza. Il breve documentario che segue (anch’esso dispobile su http://www.addameer.org/evideo.php) fa luce sulle violazioni dei diritti umani da parte di Israele ai danni di bambini palestinesi:

Anche il documento di UNICEF e’ chiaro su questo aspetto: http://www.unicef.org/oPt/UNICEF_oPt_Children_in_Israeli_Military_Detention_Observations_and_Recommendations_-_6_March_2013.pdf

Il sistema carcerario rappresenta il braccio armato della repressione israeliana perché penetra la realtà quotidiana della popolazione palestinese disseminandola di violenza e di terrore. Dall’altra parte del muro, i detenuti e soprattutto i prigionieri minorenni sono supportati da alcune organizzazioni legali palestinesi ma soprattutto dall’affetto degli amici e dei parenti.

E’ il caso di Malak Al-Khatib, una ragazzina di quattordici anni arrestata lo scorso 31 dicembre e accusata di aver lanciato un sasso e possedere un coltello. Giovedi’ 4 febbraio, una manifestazione di solidarieta’ e’ stata organizzata nella corte della sua scuola a Beitin, nella provincia di Ramallah. Presenti in quanto internazionali,abbiamo assistito all’incontro fra genitori, fratelli, compagni di scuola, stampa e rappresentanti del Ministero dell’Educazione palestinese, i quali si sono ritrovati per denunciare la detenzione di Malak e di tutti i bambini da parte dello Stato di Israele. Di seguito, alcune fotografie dell’avvenimento:

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Il sistema carcerario non e’ che il braccio armato di un meccanismo ben piu’ grande, complesso e ramificato. Lo Stato di Israele non teme ne’ rispetta la legge internazionale delle Convenzioni di Ginevra e risoluto persevera le torture contro uomini, donne e minorenni. Al contempo, la multinazionale britannica della sicurezza G4S (http://www.g4s.uk.com/en-GB/) garantisce la protezione delle carceri israeliane e si arricchisce sulle spalle di chi subisce le violazioni dei piu’ basilari diritti umani.

Per questa ragione, il gruppo di supporto legale ai prigionieri politici palestinesi ADDAMEER ha da tempo lanciato una campagna di denuncia dellamultinazionale britannica. Maggiori informazioni si trovano sul sito internet http://www.addameer.org/gatesdivest

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Stop the Occupation!

Da un paio di mesi sono rientrata in Svizzera e riadattarsi non è stato facile: il distacco dalla Palestina è stato molto più difficile e doloroso di quanto pensassi.

Mi mancano le persone con cui ho condiviso questa esperienza; la gentilezza e l’ospitalità dei palestinesi; i  bambini delle scuole che monitoravamo che, per tre mesi di fila, ogni giorno mi hanno chiesto “What’s your naaaaaame?”; mi mancano Betlemme e le magnifiche mura della Città Vecchia di Gerusalemme; gli amici palestinesi, che trovano la forza di resistere all’occupazione; le situazioni lasciate in sospeso. Come starà il ragazzino che ha visto suo fratello morire per aver calpestato un ordigno inesploso?  E quello con un braccio e una gamba fratturati che ci ha raccontato di essere stato deliberatamente investito da un colono?  La famiglia a cui la Croce Rossa sta ricostruendo la casa dopo che l’esercito israeliano l’ha demolita?

Dell’esperienza palestinese non mi mancano le levatacce nel cuore della notte per raggiungere il Checkpoint 300, da cui si tornava stravolti e frustrati; l’odore acre del gas lacrimogeno, che aleggia nell’aria per giorni; lo scoppio nelle orecchie delle granate stordenti; i soldati israeliani che mi urlavano addosso per intimidirmi; la tensione costante quando dovevo recarmi ad Hebron, “il luogo del Male”, come l’ha definita il giornalista israeliano Gideon Levi nell’ottimo “This is my Land”, un documentario che chiunque interessato al conflitto dovrebbe vedere.

In questo Blog ho provato a descrivere una piccola parte di quello che ho vissuto nell’arco di tre mesi molto intensi a Betlemme. Adesso passo il testimone ad un altro ticinese,  che a inizio gennaio è partito per la Palestina con Peace Watch Switzerland e EAPPI; lui continuerà ad alimentare questo Blog, da una zona diversa della Cisgiordania, per darvi una visione il più ampia possibile di quello che sta succedendo da quelle parti!

Per quanto mi riguarda, sono molto triste per le notizie tragiche e sconfortanti che ogni giorno arrivano dalla Palestina. A Gaza già tre neonati sono morti dal freddo nelle case sventrate dall’offensiva di quest’estate.  Un volontario italiano, uno che faceva il nostro stesso lavoro, durante una manifestazione è stato ferito al petto dalle pallottole israeliane; Ziad Abi Eim, un Ministro dell’Autorità palestinese, che avevamo avuto occasione di conoscere, è morto nel corso di una protesta; per gli israeliani si è trattato di un infarto, i palestinesi dicono che è morto perché è stato colpito al petto con violenza dal calcio di un fucile israeliano. Uno dei bambini della scuola di Tuqu, uno di quelli che mi avrà chiesto 50 volte “What’s your naaaaame?”, è stato investito dall’auto di un colono.  E un amico palestinese, un attivista pacifista che ogni venerdì ci apriva casa sua per aggiornarci sulla situazione, è stato arrestato.

Ma voglio continuare a credere che un giorno l’occupazione avrà fine e allora cerco segni di speranza ovunque. Nelle parole dello  scrittore israeliano Avraham Yesoshua, che in una recente intervista ha detto “ciò che in definitiva chiedono i palestinesi è ciò a cui ha diritto ogni persona al mondo: essere cittadini della propria Patria, e questo dobbiamo concederlo, oramai anche il 50-60% degli israeliani è d’accordo”. Vedo speranza nell’adesione della Palestina alla Corte Penale Internazionale; nelle elezioni di marzo in Israele, perché i sondaggi indicano come oltre il 60% degli israeliani siano contrari ad una nuova premiership di Netanyahu, ed infine negli Stati europei che si pronunciano per il riconoscimento della Palestina!

La mia è la speranza che sempre più persone si uniscano a lanciare un messaggio molto chiaro, molto semplice, quello che le Women in Black ripetono ogni settimana ad un incrocio di Gerusalemme:

Stop the Occupation!

L’arte di resistenza

A Betlemme stanno lentamente tornando i turisti e i taxisti della città hanno ripreso a proporre il “Graffiti Tour” lungo il Muro che da casa nostra si estende fino al Campo profughi di Aida. Artisti da ogni parte del mondo hanno dipinto questo tratto di Barriera in risposta all’appello dell’inglese Banksy, uno dei maggiori esponenti della Street Art, che li ha invitati a portare un messaggio di solidarietà ai palestinesi. Disseminate nella cittadina Banksy ha lasciato ben nove opere, tra le quali il noto “lanciatore di fiori”, dipinto sul muro di un garage.

I graffiti dei palestinesi sono meno artistici di quelli degli Street Artists internazionali ed hanno un significato più politico; si sono sviluppati durante la Prima Intifada, quando ancora non c’erano Internet e i social media e bisognava lanciare messaggi agli abitanti dei villaggi, spesso costretti sotto coprifuoco. Sui muri cominciarono a vedersi slogan politici, appuntamenti per scioperi della fame, inviti a boicottare il lavoro in Israele o anche solo annunci di eventi comunitari.

Da allora il graffito è rimasto un mezzo per mobilitare la popolazione palestinese e per riaffermare la propria identità politica.

Il simbolo per eccellenza della resistenza palestinese, che vedo raffigurato ovunque, è il piccolo Handala. E’ un bambino povero, vestito di stracci e con i piedi nudi; tiene lo sguardo ostinatamente rivolto alla sua terra e volta le spalle a chi le ha voltate al dolore dei palestinesi. L’Handala è tratteggiato sulla Barriera di separazione, sui muri decrepiti dei campi profughi, sui pali della luce, nei cortili delle scuole.

Il personaggio è nato dalla matita di Naji al-Ali, che in molti considerano il più grande vignettista del mondo arabo e che, attraverso la sua arte, ha testimoniato il dramma del suo popolo. Handala è il nome di un frutto molto amaro che cresce da queste parti e al- Ali lo scelse per simboleggiare l’amarezza che prova il popolo palestinese. Il bambino è l’alter ego del suo inventore che, a seguito della guerra arabo-israeliana del 1948, fu costretto con la famiglia ad emigrare in un campo profughi a sud del Libano.

Naji al-Ali e la moglie Widad
Naji al-Ali e la moglie Widad

“Lo disegnai come un bambino brutto, con i capelli come quelli di un riccio perché il riccio usa i suoi capelli come un’arma. Handala non è un bambino ben pasciuto, capriccioso e spensierato, è a piedi nudi, come i bambini dei campi profughi. In quanto povero non ha nulla da perdere. Non accetta compromessi, è un oppresso, ma non gli mancano le forze per affrontare e combattere tutte le forme di oppressione. Handala ha 10 anni, l’età che avevo io quando ho lasciato il mio villaggio. Continuerà ad avere 10 anni finché non farà ritorno a casa sua, in Palestina: solo allora potrà riprendere a crescere.”

Le vignette di al-Ali evocano l’esilio, la distruzione, la sofferenza, ma anche la tenacia e la resistenza. Handala non distoglie mai lo sguardo dalla Palestina, caparbio testimone delle violenze perpetrate contro il suo popolo.

Se volete conoscere meglio l’Handala e il suo autore vi segnalo “Filastin-l’arte di resistenza del vignettista Naji al-Ali”. Vauro Senesi, vignettista de il Manifesto, nella prefazione del libro scrive che: ”Handala è ancora un bambino, la matita che lo disegnò non può più farlo crescere. Naji al-Ali che la impugnava come un’arma di amore è stato ammazzato da una pallottola, colpevole di avergli dato vita”

Era il 1987, la pallottola lo raggiunse mentre camminava verso gli uffici del quotidiano dove lavorava, a Londra; è stato ucciso per le sue idee politiche, che esprimeva con forza attraverso la sua arte. Il suo ricordo è ancora vivo e il piccolo Handala resta un potente simbolo di resistenza. Non è l’unico; anche le chiavi sono un’icona della resistenza palestinese,  e un’enorme chiave campeggia all’entrata del Campo rifugiati Aida.  

Quando i palestinesi, alla proclamazione dello Stato di Israele nel 1948, fuggirono o furono scacciati dalle loro case portarono con sé le chiavi, convinti di poter tornare in un immediato futuro. Ma gli oltre 700.000  palestinesi costretti ad andarsene dai loro villaggi si videro rifiutare ogni diritto al ritorno al termine del conflitto. E rimasero a vivere nei campi profughi dei Paesi confinanti o in quelli di Cisgiordania e Gaza.

 L’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione) definisce un rifugiato palestinese nel seguente modo:

“I rifugiati palestinesi sono persone il cui normale luogo di residenza era la Palestina tra il giugno 1946 e il maggio 1948, che hanno perso tanto le loro abitazioni quanto i loro mezzi di sussistenza come risultato della guerra arabo-israeliana del 1948”.

La definizione di rifugiato copre anche i discendenti delle persone divenute profughi nel 1948 e oggi i sette milioni di rifugiati palestinesi (cinque dei quali assistiti dall’UNWRA) rappresentano il più grande gruppo di rifugiati al mondo. Il loro diritto di tornare alle proprie case, e di ricevere un indennizzo per i danni causati a queste, è sancito dal diritto internazionale, dalla risoluzione 194, che l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato in data 11 dicembre 1948.

Ma nonostante i suoi chiari obblighi secondo il diritto internazionale, Israele continua a opporre resistenza alle richieste da parte dei rifugiati palestinesi che da quattro generazioni si tramandano le pesanti chiavi arrugginite, nella speranza di poter ritrovare un giorno le mura della propria casa.

 

Rompere il silenzio

“Il nostro comandante ci ha comunicato via radio che c’erano dei bambini che stavano lanciando pietre sul muro e bisognava far qualcosa. Non c’era nessun bambino. Non stava succedendo niente. Aveva mentito. Io e il mio collega gli abbiamo risposto “Ok, d’accordo” e siamo montati sulla jeep. Abbiamo sbloccato una granata stordente e l’abbiamo gettata oltre il muro. C’è stata una detonazione potente. Mi sono accorta di un Palestinese che lavorava nel suo campo. Era atterrito.

Ricordo di essere stata molto fiera del mio gesto. Poi la sensazione di eroismo si è trasformata in un senso di vergogna. Avevo vergogna di me stessa. Era come se il territorio palestinese fosse il nostro terreno di gioco, dove ci era permesso fare quello che volevamo, quando volevamo.”

Adi Mazor (Foto: Andrea DiCenzo)

Questa è una delle tante testimonianze, raccolte dall’organizzazione Breaking the Silence, fondata dieci anni fa da ex-soldati israeliani che hanno deciso di parlare, di denunciare le gravi violenze e i soprusi messi in atto quotidianamente dall’esercito nei confronti della popolazione palestinese. Vi invito ad ascoltare alcune di queste testimonianze video, sono sicura che non vi lasceranno indifferenti.

Il loro intento è quello di informare la società israeliana su quello che succede realmente nei Territori e dimostrare che le pesanti restrizioni che condizionano la vita dei palestinesi non servono, come affermano i leader politici, a garantire la sicurezza dei cittadini dello Stato ebraico, ma a mantenere il controllo e l’occupazione dei Territori e a garantire la loro annessione di fatto.

Per conoscere meglio l’organizzazione abbiamo incontrato Shay Davidovich,  ex-soldato diventato attivista.

In primo piano Shay Davidovich - Foto di Patrick Costello
In primo piano Shay Davidovich (Foto: Patrick Costello/EAPPI)

Da quando si è unito a Breaking the Silence i suoi genitori, coloni con solidi principi sionisti, si vergognano di lui. Noi invece pensiamo che sia molto coraggioso e la sua testimonianza ci aiuta a capire le motivazioni che stanno alla base delle situazioni, assolutamente ingiustificate, con cui siamo giornalmente confrontati: arresti di minorenni, irruzioni notturne nei villaggi, dispiegamento di soldati attorno alle scuole, abuso di potere nei Checkpoints e uso massiccio di gas lacrimogeno e granate stordenti.

Shay ci spiega che molte operazioni sono intraprese dell’esercito unicamente per far sentire la propria presenza nei Territori; per ricordare ai palestinesi chi comanda nella regione. L’esercito usa la violenza per mantenere la popolazione in un clima di paura . Un esempio sono le pratiche di addestramento dell’esercito israeliano.

Nell ’agosto del 2011 Shay era distaccato nella Valle del Giordano e la missione della sua divisione era quella di simulare l’occupazione di un villaggio a sud del Libano. I comandanti israeliani ritengono che il modo migliore di esercitarsi a prendere il controllo di un villaggio libanese sia quello di fare pratica con un villaggio palestinese. Un vero villaggio palestinese.

 L’attacco simulato a cui Shay ha preso parte prevedeva un massiccio spiegamento di truppe di fanteria. I soldati hanno fatto irruzione nel villaggio seminando il panico a colpi di granate stordenti, mentre in un’area adiacente il paese i carri armati aprivano il fuoco e gli elicotteri si alzavano in volo. Potete immaginarvi il caos e il terrore fra gli abitanti del villaggio.

Shay confessa che durante l’esercitazione non ha pensato nemmeno per un secondo al fatto che stavano invadendo un villaggio abitato, a quel tempo per lui era assolutamente normale esercitarsi su civili palestinesi.

Per capire come questo sia possibile bisogna sapere che ancor prima del servizio di leva gli israeliani subiscono un pesante indottrinamento nelle scuole, che li prepara al loro ruolo nell’esercito.  Al contempo vengono mantenuti nell’ignoranza riguardo la realtà nella regione. Le mappe geografiche degli istituti scolastici non contemplano la Linea Verde che separa Israele dalla Cisgiordania, da Gaza e dalle alture del Golan. Israele viene presentata come un unico blocco. La Palestina, semplicemente, non esiste.

Gli attivisti di Breaking The Silence cercano di rompere il silenzio dei media e della società sulla brutalità dell’esercito, ma non vengono ascoltati. Shay ci dice che in dieci anni di lavoro l’organizzazione non è riuscita a cambiare la consapevolezza dei cittadini israeliani, che restano strenuamente convinti della validità e correttezza del loro esercito, che non esitano a definire “il più morale del mondo”.

Una possibilità per cambiare l’opinione pubblica è stata offerta dalla lettera che 43 riservisti dell’unità 8-200, una delle più prestigiose dell’intelligence militare, hanno recentemente recapitato al premier Netanyau. Nella missiva ufficiali e militari dichiaravano di non essere più disposti a “raccogliere materiale che colpisce palestinesi innocenti“ e che la finalità del lavoro di intelligence “non è tanto la difesa di Israele quanto la prosecuzione della occupazione dei Territori”.

La lettera ha rappresentato una delle più importanti espressioni di obiezione di coscienza mai registrate in Israele, ma la risposta dai vertici dello stato non si è fatta attendere: il generale Motti Almoz, portavoce dell’esercito israeliano, ha scritto che i “Refusenik” (letteralmente “rifiutati”) affronteranno “un procedimento disciplinare che sarà nitido e chiaro” aggiungendo che “non c’è posto per il rifiuto nell’IDF”.

Moshe Ya’alon, ministro della Difesa israeliano, ha detto che gli obiettori dell’unita’ di intelligence 8.200 saranno trattati come dei criminali

Moshe Yaalon (Foto: Marc Israel Sellem/The Jerusalem Post)

Mi rattrista molto leggere che i 43 firmatari della lettera rischiano l’incriminazione, ma come Shay penso che i soldati debbano insistere e continuare a testimoniare quello che succede nei Territori.

O rifiutarsi di servire nell’esercito, come ha fatto questo coraggioso Refusenik, uno dei pochissimi obiettori di coscienza in Israele. Il prezzo che dovrà pagare per il suo coraggio sarà l’emarginazione dalla società israeliana.

 

Senza terra, senza casa

Non ha perso tempo il governo israeliano; immediatamente dopo aver concordato il cessate il fuoco a Gaza ha annunciato la più grande confisca di terra palestinese da 30 anni a questa parte.

La confisca di 400 ettari di terreno è stata presentata come la risposta al sequestro e l’uccisione dei tre giovani israeliani, lo scorso giugno, e colpirà almeno cinque villaggi nei dintorni di Betlemme: Al Jaba, Surif, Wadi Fukin, Husan e Nahalin.

Nei giorni scorsi abbiamo incontrato Sheikh Nasser, il nostro contatto ad Al Jaba, che ci ha spiegato quale impatto questa decisione delle autorità israeliane avrà sulla comunità.

La storia che ci ha raccontato è quella di un villaggio che già in passato si è visto sottrarre la maggior parte delle terre e che da tempo vive con la sensazione di essere sotto assedio. Le autorità israeliane hanno recentemente emesso un ordine di demolizione per diciotto case, su un totale di 110 costruite in Area C.

Pressoché quotidianamente decine di famiglie palestinesi si trovano ad affrontare gli ordini di demolizione, che possono interessare qualsiasi tipo di costruzione.

Nel corso del 2013, più di mille persone in Cisgiordania hanno avuto le loro abitazioni  distrutte dall’esercito israeliano in quanto “prive di permesso”. I palestinesi ci provano a richiedere un permesso, ma è praticamente impossibile da ottenere visto che, secondo i dati in possesso dell’Israeli Committee Against House Demolitions, viene rifiutato nel 94% dei casi.

Ieri abbiamo visitato un piccolo nucleo ai confini del deserto costituito da una ventina di case; su cinque di esse pende l’ordine di demolizione. Sono entrata in una delle “case”,  in realtà un unico grande locale in cui vivono nove persone.

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Foto: L. Pianezza/PWS

Poco lontano abbiamo visto una tenda in cui è costretta a vivere una famiglia la cui casa è stata demolita una decina d’anni fa. Immagino che la stessa sorte toccherà alle famiglie che abbiamo visitato.

Non siamo riusciti a capire perché il governo israeliano sia particolarmente interessato ad impossessarsi di questo lembo di terra desertico, ma capiamo molto bene l’interesse per il terreno attorno ad Al Jaba. L’intenzione è quella di ampliare l’insediamento di Gvaot e i vicini avamposti; da più parti sentiamo dire che i piani per l’espansione colonica della zona erano pronti da tempo e Israele aspettava solo il pretesto per poterli attuare.

L’area della confisca è strategica; se gli israeliani costruiscono in questa zona si garantiscono la continuità territoriale tra la Linea verde e gli insediamenti, facilitando il collegamento diretto fra il blocco colonico di Gush Etzion e Gerusalemme. Ai palestinesi verrebbe al contempo impedito l’accesso all’area.

mappa di

Ad Al Jaba Nasser ci ha accompagnato in quella che una volta era la sua terra e ci ha detto di aver risparmiato anni per poterla comperare “e poi loro arrivano e si prendono 400 ettari di terreno, come niente fosse!”

La confisca della terra e la conseguente espansione delle colonie daranno il colpo di grazia al paese di Al Jab’a e ai suoi abitanti e come dice Nasser ”non ci rimane più niente, saranno contenti solo quando riusciranno a scacciarci dal nostro villaggio”

In questi giorni girano voci che dicono che la confisca potrebbe non aver luogo viste le critiche mosse della Comunità internazionale; ma gli abitanti dei villaggi sono concordi nell’affermare che la confisca ci sarà; se non ora nel prossimo futuro, quando l’interesse dei media sarà rivolto altrove.

Nel frattempo gli israeliani si stanno portando avanti ed hanno già cominciato ad allacciare acqua ed elettricità dove dovrebbero sorgere le nuove case delle colonie.

Nasser ci ha lasciato con queste parole “Israele ha il diritto di difendersi, ma qui non siamo in Israele e la confisca non ha niente a che vedere con la difesa. Che se ne tornino nelle loro case e ci lascino vivere nelle nostre!”

Bimbe con il mitra

Avrete sicuramente letto della bambina di 9 anni che, un paio di settimane fa, ha ucciso accidentalmente un istruttore di tiro con una mitraglietta automatica Uzi, di fabbricazione israeliana.

L’incidente è avvenuto in Arizona, in un poligono all’aperto. L’istruttore stava mostrando l’arma alla ragazzina per insegnarle a maneggiarla, quando dalla mitraglietta è partito un colpo che ha centrato l’uomo alla testa. La bambina non è riuscita a trattenere l’arma dopo il rinculo seguito al primo colpo.

La piccola stava partecipando a un tour organizzato da una agenzia turistica che propone l’inquietante pacchetto “Bullett e Burgers”  (“Proiettili e Hamburger”). Se pensate sia un evento insolito sappiate che la potente  National Rifle Association ha sponsorizzato, tra il 2008 e il 2012, vari corsi per imparare a sparare a cui hanno partecipato circa 6 milioni di bambini e adolescenti. Un investimento per il futuro  visto che questi ragazzi saranno i futuri clienti della lobby.

Gli statunitensi che desiderano che tutta la famiglia impari a sparare dimostrano di apprezzare molto anche i corsi offerti dall’israeliana “Caliber 3”, accademia privata nata per addestrare alle tecniche anti-terrorismo agenti di polizia, guardie di sicurezza ed entusiasti coloni con prole al seguito.

Da qualche anno l’Accademia è aperta anche ai turisti stanchi di Santo Sepolcro e Muro del Pianto. Alla “Caliber 3” possono provare l’ebbrezza del “Commando Tourism”, scegliendo fra varie opzioni cha spaziano dal corso che dura mezza giornata alla “full immersion “ di una decina di giorni.

Sul sito hanno scritto che il centro di addestramento si trova nel cuore di Israele! Non è vero. Si trova in Cisgiordania, all’interno di Gush Ezion, blocco di colonie che si estende a sud di Betlemme e che le autorità israeliane hanno tutta l’intenzione di espandere.

Data infatti del 31 agosto la clamorosa notizia dell’imminente confisca, attraverso la dichiarazione di “State Land”, di 400 ettari di terreno privato di proprietà palestinese, destinato all’insediamento illegale di Gvaot, che fa parte per l’appunto di Gush Ezion.

In rosso il terreno dichiarato State Land

I proprietari palestinesi hanno 45 giorni di tempo per far ricorso e opporsi all’ordinanza; 45 giorni, trascorsi i quali perderanno ogni diritto sul la propria terra che diventerà di dominio israeliano.
La confisca coinvolge cinque dei villaggi di cui ci occupiamo; stiamo seguendo lo sviluppo della situazione e l’impatto che questa decisione avrà sulle singole comunità.
Secondo l’associazione pacifista israeliana Peace Now si tratta della più grande sottrazione di terra degli ultimi 30 anni.

Ma torniamo a “Caliber 3”, che si vanta di offrire un’esperienza che unisce “i valori del sionismo con l’emozione e il divertimento del combattimento”.

Gli istruttori, ex-combattenti dell’esercito israeliano, mostrano le tecniche di tiro su sagome umane vestite come palestinesi e raccomandano ai turisti di “aiutarli a combattere il terrorismo” promuovendo una visione positiva dei soldati israeliani quando tornano a casa.

Photo credit:  Giuliano Camarda
Photo credit: Giuliano Camarda

L’accademia è pure segnalata su Trip Advisor, dove si è guadagnata all’unanimità il giudizio di struttura “eccellente”! I commenti sono di questo tenore:

“All’inizio, ero un po’ preoccupato all’idea di insegnare a nostro figlio di 8 anni a usare un fucile e una pistola semi-automatica, ma lui ha dimostrato di apprezzare! E’ piaciuto moltissimo anche alle nostre figlie adolescenti. Gli istruttori sono molto professionali e spiegano chiaramente in cosa consiste l’antiterrorismo. Si è trattato di un’esperienza che ricorderemo per tutta la vita, forse la più divertente che abbiamo avuto in Israele”  (Kim – 9 luglio 2014)

Possibile che non ci fosse niente di più divertente da fare che imbracciare un fucile e sparare alla sagoma di un “terrorista” palestinese?  E se Kim avesse azzardato l’inimmaginabile? Una passeggiata fuori dalle blindatissime colonie per far conoscere a suo figlio un coetaneo palestinese? Utopia, lo so.

 

Nel paese dove i bambini giocano con le bombe

I giorni scorsi ero con i colleghi che lavorano a Yanoun,  e con loro ho visitato la famiglia di Mottasem Eshtaya Pshtarat, che è appena stata colpita da una grande tragedia.

L’11 di agosto due dei figli di Mottasem stavano pascolando le pecore di famiglia, in un campo poco distante da casa, quando è esploso un ordigno bellico, abbandonato sul terreno dall’esercito israeliano. La deflagrazione ha ucciso sul colpo Mohamed, il figlio diciottenne, e ferito Amhmed, dieci anni, che era qualche passo dietro al fratello.

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Mohamed – Photo credit: EAPPI/Helge Kjollesdal.

Il terreno di pascolo non è, come si potrebbe pensare, in una zona sperduta, ma nel bel mezzo dell’abitato di Tammun.

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Il luogo dell’esplosione, al centro dell’abitato – Photo credit: EAPPI/Helge Kjollesdal.

La cittadina, nel nord della Cisgiordania, è situata in Area A, sotto totale controllo dell’Autorità Palestinese; questo significa che non vi dovrebbe essere presenza militare israeliana. Ma gli abitanti di Tammun raccontano che spesso nei dintorni si vede l’esercito impegnato in esercitazioni. In particolare ricordano di averli visti, ad inizio agosto, attraversare il terreno su cui è esploso l’ordigno.  A seguito dell’incidente, la Polizia palestinese ha perlustrato la zona e ha trovato altri due ordigni inesplosi che è riuscita a disinnescare.

Il sindaco di Tammun, Dr Abdul Karim Qasem, ci racconta che nella comunità ci sono già stati cinque morti provocate da ordigni inesplosi; non è chiaro se gli ordigni vengano abbandonati di proposito o persi incidentalmente. Le bombe inesplose sono un’ulteriore minaccia per i bambini che abitano in queste zone, che già si devono confrontare con le mille violenze legate al conflitto.

A giugno anche il diciasettenne Sakher Dorgham Zaamel è morto dopo aver calpestato una mina inesplosa nella valle del Giordano. Un taxista mi racconta che nella Valle, teatro di continue esercitazioni militari, ha visto i soldati liberarsi di bombe e granate durante le marce. Per avere meno peso nello zaino le gettano semplicemente a terra, causando feriti fra i beduini che si spostano nella zona e fanno inavvertitamente deflagrare questi ordigni.

Il piccolo Ahmed ha trascorso tre giorni in ospedale e i colleghi di Yanoun gli hanno reso visita il giorno dopo che è stato dimesso: la sua mano destra era ingessata e la mano e la gamba sinistra bendate. Il giorno della tragedia era di qualche passo dietro al fratello e non ha saputo dire cosa esattamente ha provocato l’esplosione.

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Motasem Eshtaya Pshtarat e Ahmed nella loro casa a Tammun – Photo credit: EAPPI/Helge Kjollesdal.

A distanza di tre settimane torniamo a trovare la famiglia; all’incontro sono presenti molti parenti e tutti prendiamo posto. Solo la mamma dei ragazzi rimane tutto il tempo in piedi, in un angolo, qui per le donne si usa così. Ha il viso contratto in una smorfia di dolore e ci dice che la notte si sveglia in preda agli incubi.

Aspettiamo Ahmed, che da un paio di giorni ha ripreso la scuola e dovrebbe tornare a momenti. A dieci anni ha visto il fratello morire davanti ai suoi occhi e reagisce al trauma con un comportamento aggressivo nei confronti della famiglia e degli amici. Non ubbidisce più al padre e resta chiuso nel suo mutismo.

Le scuole in Cisgiordania mettono a disposizione dei consulenti psicologici per aiutare i bambini traumatizzati, ma i casi da seguire sono tanti e  i consulenti possono dedicare poco tempo a ciascun bambino perché devono giostrarsi tra più scuole.

Siamo molto preoccupati per Ahmed e temiamo che se non verrà seguito assiduamente da uno specialista non riuscirà mai a superare il trauma.

Contattiamo l’équipe locale di “Médecins sans Frontières”, che da più di 10 anni offre supporto medico e psicologico in Cisgiordania. La metà dei loro pazienti sono bambini che hanno avuto un’esperienza diretta della violenza legata al conflitto. “MSF” ci assicura che uno psicologo renderà visita ad Ahmed per valutare le sue condizioni. Prendiamo contatto anche con un avvocato che potrebbe decidere di aiutare Mottasem “pro bono”; la famiglia è infatti molto povera e non può permettersi un legale.

La scuola è finita da un pezzo e tutti stiamo aspettando il ritorno del ragazzo, ma di lui non c’è traccia e nessuno sa dove sia finito. Mi dispiace molto andarmene senza poterlo salutare. Mi chiedo quale futuro lo aspetta e se mai riuscirà a convivere con il ricordo di quello che ha passato.

Il padre ci chiede di raccontare a quante più persone possibili il dramma che sta vivendo la sua famiglia e la storia della morte senza senso di suo figlio Mohamed.

La gioventù delle colline

 “Everybody has to move, run and grab as many hilltops as they can to enlarge the settlements, because everything we take now will stay ours. Everything we don’t grab will go to them.”

-Ariel Sharon in un discorso tenuto ad un incontro con il Partito Tzomet, France Presse, 15 novembre 1998-

Non si può certo dire che l’appello di Sharon non sia stato accolto!

In Cisgiordania ci sono 196 insediamenti, 22 dei quali nei dintorni di Betlemme.  I coloni sono più di 693mila; di questi più di 300mila vivono a Gerusalemme Est. (Fonte “The Applied Research Institute”)

Come ben sapete, il problema delle colonie è cruciale per il successo dei colloqui di pace, ma date un’occhiata a questa cartina interattiva:

http://archive.peacenow.org/map.php

Le colonie si sono già mangiate gran parte del territorio palestinese; difficile credere che Israele sia seriamente interessato alla soluzione dei “due popoli, due stati”.

Le colonie sono molto diverse tra loro. Alcune sono periferie urbane spesso abitate per convenienza economica (la vita è meno cara e il governo offre incentivi ai residenti); è questo il caso delle colonie di Gerusalemme Est. Altre sono costituite da agglomerati di case tutte uguali, disposte in cima alle colline, così da permettere ai coloni di controllare il territorio circostante.

Colonia di Gilo, ad est di Gerusalemme
Colonia di Gilo, ad est di Gerusalemme

A Betlemme i coloni hanno costruito brutte palazzine praticamente ovunque. Beninteso separate dalla città palestinese dal Muro.

Quando mi capita di passare in auto accanto alle colonie, allungo il collo per cercare di capire come sono strutturate, Ma non vedo mai segni di vita, mi sembrano agglomerati freddi e asettici, non-luoghi per eccellenza.  A metà settembre avrò l‘opportunità di visitarne una e di poter parlare con i residenti; magari capirò come giustificano a se stessi il fatto di vivere impunemente in una comunità considerata illegale dal diritto internazionale.

Illegali sono anche gli avamposti (outpost in inglese); al momento in territorio cisgiordano se ne contano 232 (Fonte “The Applied Research Institute”) e il loro fine è annettere quanta più terra possibile, cercando di allargare le colonie già esistenti.

La modalità è sempre la stessa: arriva un colono, generalmente un ebreo ultaortodosso convinto che la terra gli appartenga, e pianta una tenda nelle vicinanze di un insediamento già esistente. Nel giro di poche settimane la tenda viene sostituita da quattro o cinque roulottes o case prefabbricate e l’intera area recintata con filo spinato.Itamar_2435227b

A questo punto si attivano le infrastrutture necessarie, quali acqua, luce e gas. Si comincia anche a tracciare una strada che colleghi l’outpost alla colonia adiacente. Non manca molto all’edificazione delle prime case, che nel volgere di breve tempo formeranno un nucleo compatto.

La strada si trasformerà nel tempo in una “bypass road” (ad uso esclusivo dei coloni), il cui scopo è appunto quello di “bypassare” le strade e i villaggi palestinesi, in modo da evitare qualsiasi contatto con i palestinesi.

Molto spesso questi avamposti sono abitati dalla cosiddetta “Hilltop Youth”, la “Gioventù delle colline; definizione che parrebbe romantica, ma che in realtà definisce la seconda generazione di coloni cresciuti nelle colonie e appartenenti solitamente all’estrema destra sionista.  Gente che se ne va in giro con l’M16 a tracolla e le cui azioni violente spesso sfuggono anche al controllo del governo di Israele.

A Khallet Annahlah, paesino nei pressi di  Betlemme, monitoriamo l’evolversi della situazione relativa ad un outpost, dove al momento c’è solo una tenda.

Outpost
Tenda a Khallet Annahlah (Foto di Liam)

Il Team che ci ha preceduto ha documentato la nascita dell’outpost fin dall’inizio e ha sostenuto le azioni pacifiche intraprese da attivisti locali e dall’organizzazione israeliana “Combattenti per la pace,” nel tentativo di far valere i diritti del legittimo proprietario del terreno, Mohammed Khalil, che teme che la sua terra gli venga confiscata.

Sono vari i provvedimenti attraverso i quali Israele è solita confiscare terreni agricoli palestinesi: tra i più comuni ci sono la confisca tramite provvedimenti di sequestro militare, la dichiarazione di “state land”, la confisca perché un terreno non viene coltivato oppure il semplice appropriarsi illecito delle terre da parte dei coloni.

Grazie anche all’intervento delle associazioni pacifiste e l’attenzione dei Media, la Corte israeliana ha stabilito che l’outpost di Khallet Annahlah è illegale, ma i coloni non levano le tende, letteralmente.

Il terreno su cui sorge la tenda è circondato da terra che è stata dichiarata “State Land”, questo significa che nemmeno i coloni possono costruire; ma nel frattempo hanno già cominciato a costruire una strada che li collegherebbe all’insediamento vicino. Gli attivisti locali hanno quindi organizzato un’azione tesa a richiamare l’attenzione su questa zona. Vi abbiamo preso parte, anche per scoraggiare l’esercito dall’arrestare i promotori dell’iniziativa.

Approfittando dello shabbat (giorno di riposo per gli ebrei) abbiamo seguito un camion che trasportava un’enorme pietra, da posare in mezzo alla strada costruita illegalmente dai coloni nel terreno di Mohammed Khalil.

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Siamo stati però individuati da una jeep di coloni che pattugliavano la zona. Abbiamo nascosto il camion e ce ne siamo andati. Quando è sceso il buio siamo ritornati sulla scena a fari spenti; nel giro di dieci minuti la pietra è stata scaricata in mezzo alla strada e noi ci siammo affrettati a tornare a casa.

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L’intenzione è quella di provocare una reazione da parte della Corte israeliana che, dovesse giudicare illegale la posa della pietra su “State Land”, sarebbe nel contempo costretta a giudicare illegale anche la costruzione della strada.  Vi farò sapere come va a finire!

Una città in gabbia

Da qualche giorno io e i miei compagni di Team siamo arrivati a Betlemme, la località a cui siamo stati assegnati per i prossimi tre mesi.

Ieri siamo andati alla scoperta della città vecchia, cercando di far coesistere le immagini mentali che abbiamo di questo luogo biblico con il suo aspetto reale. Betlemme ha degli angoli molto belli, con le case costruite nella stessa pietra bianca con cui sono fatte tutte le case della Palestina, dal Mandato Britannico in poi.

La Chiesa della Natività e alcune parti del città vecchia sono state incluse dall’UNESCO nei siti Patrimonio dell’Umanità e il turismo potrebbe giocare un ruolo molto importante nell’economia della città culla del Cristianesimo.

Ma purtroppo Betlemme è una città in gabbia, completamente separata da Gerusalemme, da cui dista solo pochi chilometri. L’occupazione e il Muro di separazione la soffocano, impedendone lo sviluppo turistico ed economico.

La decisione di edificare un Muro lungo i confini dello stato di Israele, così come stabiliti dalla Green Line negli accordi di pace del 1967, venne presa nel 2002 da Ariel Sharon. Erano gli anni della seconda Intifada e Sharon la presentò come una misura temporanea di sicurezza, per proteggere la popolazione israeliana dagli attacchi palestinesi.

Oggi la barriera, che corre su un tracciato lungo più di 700 km (la stessa distanza in linea d’aria fra Piacenza e Parigi) è quasi ultimata; nelle aree urbane è una parete di cemento alta fra gli 8 e i 9 metri, mentre nelle aree rurali è costituita da fossati, filo spinato e recinzione elettrificata, con una “cintura di sicurezza” larga 80 metri.

Nella cartina sottostante potete vedere come il Muro, nel suo percorso tortuoso, si discosta di molto dalla Green Line, la linea fissata dall’armistizio.

Percorso del Muro
Mappa di Limes – Rivista italiana di geopolitica

Esattamente dieci anni fa la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia dichiarava illegale il Muro costruito da Israele nei Territori Palestinesi. Malgrado la sentenza, in questi dieci anni Israele ha continuato a costruire il muro, con il preciso scopo di includere nel suo territorio il maggior numero possibile di colonie, che di regola vengono edificate nelle zone più fertili e ricche di sorgenti d’acqua.

Il Muro ha un impatto devastante sulla vita e sull’economia dei palestinesi che ogni giorno devono affrontare la mancanza di libertà di movimento, la perdita dell’accesso alle terre coltivate e l’isolamento dai villaggi e le città circostanti.

Per avere un’idea più precisa della situazione potete guardare questi dati forniti da Ocha oPT (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari nei Territori Occupati).

La mancanza di libertà di movimento dei palestinesi è aggravata dalla presenza di numerosi checkpoint e posti di blocco, disseminati all’interno del Governatorato di Betlemme.

La nostra casa non è molto distante dal Checkpoint 300, quello che collega tutta la Cisgiordania meridionale a Gerusalemme. Avrò modo di parlarvene in dettaglio, perché fra i nostri compiti vi è quello di monitorare la situazione nel Checkpoint e rilevare i tempi di transito e il numero di palestinesi che giornalmente lo attraversano.

Nei pressi del Checkpoint 300 il Muro, dalla parte palestinese, è ricoperto di graffiti; nel corso degli anni street-artist provenienti da ogni parte del mondo vi hanno lasciato i loro messaggi di pace e speranza.

L’altra giorno stavo tornando a casa a piedi e, svoltato un angolo, mi sono trovata davanti la celebre colomba con giubbotto anti proiettile di Banksy; mi ha fatto davvero uno strano effetto vedere l’opera originale dopo averla vista in fotografia innumerevoli volte.

Banksy a Betlemme

Sul suo sito l’artista racconta che un giorno, mentre stava eseguendo un graffito, un vecchio palestinese gli si è avvicinato dicendo che la sua opera rendeva il Muro bello. Banksy lo ha ringraziato ma si è sentito rispondere “Noi non vogliamo che sia bello. Noi odiamo questo muro. Tornatene a casa! “

Non avevo considerato questo punto di vista, ma è quello che pensano molti palestinesi; il muro è brutto, grezzo, opprimente e tale deve rimanere. Abbellire il muro significa, in un certo senso, accettarne l’esistenza. Della stessa opinione è Mohammed Lofti, il militante di Al Fatah autore delle scritte pro-Palestina sul muro di Betlemme, di fronte alle quali Papa Francesco si è fermato in raccoglimento lo scorso maggio

Foto REUTERS
Foto REUTERS

A dire il vero non è esattamente una parte di muro, ma una porta di ferro. Oggi abbiamo assistito ad uno dei tanti scontri che in questi giorni stanno infiammando la Cisgiordania. Da quando è stata lanciata l’offensiva contro Gaza, in molti sono scesi in strada, spinti dalla rabbia e dalla disperazione. Abbiamo visto la porta di ferro aprirsi per lasciar uscire i mezzi blindati dell’Esercito israeliano; se le acque non si calmano, temo che la porta si aprirà sempre più spesso.