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La gioventù delle colline

 “Everybody has to move, run and grab as many hilltops as they can to enlarge the settlements, because everything we take now will stay ours. Everything we don’t grab will go to them.”

-Ariel Sharon in un discorso tenuto ad un incontro con il Partito Tzomet, France Presse, 15 novembre 1998-

Non si può certo dire che l’appello di Sharon non sia stato accolto!

In Cisgiordania ci sono 196 insediamenti, 22 dei quali nei dintorni di Betlemme.  I coloni sono più di 693mila; di questi più di 300mila vivono a Gerusalemme Est. (Fonte “The Applied Research Institute”)

Come ben sapete, il problema delle colonie è cruciale per il successo dei colloqui di pace, ma date un’occhiata a questa cartina interattiva:

http://archive.peacenow.org/map.php

Le colonie si sono già mangiate gran parte del territorio palestinese; difficile credere che Israele sia seriamente interessato alla soluzione dei “due popoli, due stati”.

Le colonie sono molto diverse tra loro. Alcune sono periferie urbane spesso abitate per convenienza economica (la vita è meno cara e il governo offre incentivi ai residenti); è questo il caso delle colonie di Gerusalemme Est. Altre sono costituite da agglomerati di case tutte uguali, disposte in cima alle colline, così da permettere ai coloni di controllare il territorio circostante.

Colonia di Gilo, ad est di Gerusalemme
Colonia di Gilo, ad est di Gerusalemme

A Betlemme i coloni hanno costruito brutte palazzine praticamente ovunque. Beninteso separate dalla città palestinese dal Muro.

Quando mi capita di passare in auto accanto alle colonie, allungo il collo per cercare di capire come sono strutturate, Ma non vedo mai segni di vita, mi sembrano agglomerati freddi e asettici, non-luoghi per eccellenza.  A metà settembre avrò l‘opportunità di visitarne una e di poter parlare con i residenti; magari capirò come giustificano a se stessi il fatto di vivere impunemente in una comunità considerata illegale dal diritto internazionale.

Illegali sono anche gli avamposti (outpost in inglese); al momento in territorio cisgiordano se ne contano 232 (Fonte “The Applied Research Institute”) e il loro fine è annettere quanta più terra possibile, cercando di allargare le colonie già esistenti.

La modalità è sempre la stessa: arriva un colono, generalmente un ebreo ultaortodosso convinto che la terra gli appartenga, e pianta una tenda nelle vicinanze di un insediamento già esistente. Nel giro di poche settimane la tenda viene sostituita da quattro o cinque roulottes o case prefabbricate e l’intera area recintata con filo spinato.Itamar_2435227b

A questo punto si attivano le infrastrutture necessarie, quali acqua, luce e gas. Si comincia anche a tracciare una strada che colleghi l’outpost alla colonia adiacente. Non manca molto all’edificazione delle prime case, che nel volgere di breve tempo formeranno un nucleo compatto.

La strada si trasformerà nel tempo in una “bypass road” (ad uso esclusivo dei coloni), il cui scopo è appunto quello di “bypassare” le strade e i villaggi palestinesi, in modo da evitare qualsiasi contatto con i palestinesi.

Molto spesso questi avamposti sono abitati dalla cosiddetta “Hilltop Youth”, la “Gioventù delle colline; definizione che parrebbe romantica, ma che in realtà definisce la seconda generazione di coloni cresciuti nelle colonie e appartenenti solitamente all’estrema destra sionista.  Gente che se ne va in giro con l’M16 a tracolla e le cui azioni violente spesso sfuggono anche al controllo del governo di Israele.

A Khallet Annahlah, paesino nei pressi di  Betlemme, monitoriamo l’evolversi della situazione relativa ad un outpost, dove al momento c’è solo una tenda.

Outpost
Tenda a Khallet Annahlah (Foto di Liam)

Il Team che ci ha preceduto ha documentato la nascita dell’outpost fin dall’inizio e ha sostenuto le azioni pacifiche intraprese da attivisti locali e dall’organizzazione israeliana “Combattenti per la pace,” nel tentativo di far valere i diritti del legittimo proprietario del terreno, Mohammed Khalil, che teme che la sua terra gli venga confiscata.

Sono vari i provvedimenti attraverso i quali Israele è solita confiscare terreni agricoli palestinesi: tra i più comuni ci sono la confisca tramite provvedimenti di sequestro militare, la dichiarazione di “state land”, la confisca perché un terreno non viene coltivato oppure il semplice appropriarsi illecito delle terre da parte dei coloni.

Grazie anche all’intervento delle associazioni pacifiste e l’attenzione dei Media, la Corte israeliana ha stabilito che l’outpost di Khallet Annahlah è illegale, ma i coloni non levano le tende, letteralmente.

Il terreno su cui sorge la tenda è circondato da terra che è stata dichiarata “State Land”, questo significa che nemmeno i coloni possono costruire; ma nel frattempo hanno già cominciato a costruire una strada che li collegherebbe all’insediamento vicino. Gli attivisti locali hanno quindi organizzato un’azione tesa a richiamare l’attenzione su questa zona. Vi abbiamo preso parte, anche per scoraggiare l’esercito dall’arrestare i promotori dell’iniziativa.

Approfittando dello shabbat (giorno di riposo per gli ebrei) abbiamo seguito un camion che trasportava un’enorme pietra, da posare in mezzo alla strada costruita illegalmente dai coloni nel terreno di Mohammed Khalil.

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Siamo stati però individuati da una jeep di coloni che pattugliavano la zona. Abbiamo nascosto il camion e ce ne siamo andati. Quando è sceso il buio siamo ritornati sulla scena a fari spenti; nel giro di dieci minuti la pietra è stata scaricata in mezzo alla strada e noi ci siammo affrettati a tornare a casa.

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L’intenzione è quella di provocare una reazione da parte della Corte israeliana che, dovesse giudicare illegale la posa della pietra su “State Land”, sarebbe nel contempo costretta a giudicare illegale anche la costruzione della strada.  Vi farò sapere come va a finire!

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Ogni mattina a Betlemme

Fra i nostri compiti vi è quello di monitorare il trafficatissimo Checkpoint 300, posto di blocco militare che apre un varco nel muro di separazione tra Betlemme e Gerusalemme.

Siamo presenti tre o quattro volte a settimana al passaggio pedonale, dalle 4 alle 8 di mattina. E’ questa l’ora di punta per migliaia di lavoratori, perlopiù impiegati nell’edilizia, che ogni giorno affrontano la snervante trafila dei controlli.

Dobbiamo contare quanti palestinesi attraversano il Checkpoint e a quanti viene rifiutata l’entrata, cronometrare i tempi di transito e monitorare il comportamento dei soldati e delle guardie di sicurezza. La nostra presenza serve da deterrente contro gli abusi di potere e le violenze, fisiche e verbali, dei soldati israeliani.

Il Checkpoint è lungo 400 metri e basterebbero pochi minuti ad attraversarlo, ma ad un palestinese non è dato sapere quanto tempo gli occorrerà per entrare in Israele. Spesso dipende dall’umore dei soldati.

Arriviamo alle 4, orario di apertura dei cancelli, e troviamo un centinaio di uomini già in fila sulla rampa d’accesso; vogliono essere tra i primi per cercare di arrivare puntuali al lavoro.

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Per superare il Checkpoint bisogna prima salire la rampa circondata da sbarre, poi passare attraverso un metal detector e arrivare in quello che sembra il Terminal di un aeroporto, dove vengono controllati i permessi di lavoro, le carte d’identità e le impronte digitali.

Dal nostro punto di osservazione in cima alla rampa vediamo arrivare degli uomini di corsa; evidentemente sono in ritardo per il lavoro e tentano di superare la fila inerpicandosi sulle sbarre e sulle spalle degli altri. Ogni tanto scoppiano delle liti e le urla dei palestinesi si sovrappongono a quelle dei militari che sbraitano ordini.

Mi ritrovo a fissare le soldatesse che controllano i permessi di lavoro, tutte sui vent’anni. Infagottate nelle uniformi, con i volti assonnati sotto l’elmetto, sembrano ancora più giovani della loro età. Per un attimo mi sento dispiaciuta per loro. Ma poi vedo l’arroganza con cui si rivolgono ai palestinesi e il dispiacere passa.

E’ stata loro inculcata l’idea che ogni palestinese è un potenziale terrorista, non un essere umano, e non provano nemmeno un briciolo di empatia per gli uomini consumati dalla fatica che sfilano davanti ai loro occhi.

Stamattina il checkpoint è affollatissimo. Parecchi uomini vengono rimandati indietro senza spiegazioni, o viene loro ritirato il permesso di lavoro per “ragioni di sicurezza”.  Nei casi di abuso di potere più eclatante proponiamo loro di contattare l’organizzazione Machsom Watch, formata da tostissime donne israeliane. Da una quindicina d’anni presidiano i Checkpoints e forniscono assistenza legale.

Questo video lo hanno realizzato loro e anche se è datato (è vietato filmare e fotografare all’interno dei Checkpoints) rende molto bene l’idea di quello che succede ogni mattina a Betlemme.

Così come noi EA cerchiamo di informare l’opinione pubblica dei nostri paesi di quello che succede nei Territori, le donne di Machsom Watch cercano di informare i loro concittadini. Perché moltissimi israeliani non sanno quello che succede in Cisgiordania, o ai Checkpoints.

O forse non vogliono sapere, non vogliono vedere.

I Checkpoints sono uno degli aspetti più umilianti dell’occupazione e ogni giorno migliaia di palestinesi sono confrontati con la frustrazione che comporta cercare di uscire dai Territori o semplicemente spostarsi da un villaggio all’altro.

In Cisgiordania ci sono più Checkpoints che in qualsiasi altra parte del mondo: al momento se ne contano circa 590, cifra che comprende sia i posti di blocco militare fissi che quelli “volanti” (barriere fisiche che possono venire erette in qualsiasi momento e su qualsiasi strada). I Checkpoints non stanno sulla linea di frontiera, ma sono disseminati ovunque all’interno dei Territori, come potete vedere nella cartina sottostante.

 

fonte UN OCHA OPT
fonte UN OCHA OPT

Il complesso sistema di controlli e permessi instaurato da Israele rende gli spostamenti dei palestinesi un’estenuante maratona.

Ai Checkpoints vengono controllati i permessi che bisogna richiedere per qualsiasi cosa si voglia fare, eccettuato forse dormire. Esistono ben centouno permessi differenti: permessi di lavoro, religiosi, di studio. Permessi per lavorare la propria terra, per partecipare ad un matrimonio o recarsi ad un funerale.

Serve un permesso anche per andare dal medico. Non sono rari gli episodi di donne che hanno partorito ai Checkpoints a causa dei ritardi nel raggiungere gli ospedali al di là del muro.

Spesso i permessi vengono rifiutati senza alcuna spiegazione.

Sul muro che divide Betlemme da Gerusalemme sono affissi molti di questi manifesti, che testimoniano le drammatiche conseguenze di un permesso negato.

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Recentemente l’arcivescovo Desmond Tutu, eroe della lotta contro l’apartheid, ha lanciato un appello per un boicottaggio globale contro Israele e ha chiesto a israeliani e palestinesi di essere migliori dei loro leader nel cercare una soluzione sostenibile alla crisi in Terra Santa.

Tutu ha anche duramente criticato la mancanza di libertà nei Territori  e ha rivolto una preghiera al popolo di Israele:

LIBERATE VOI STESSI LIBERANDO LA PALESTINA