Stop the Occupation!

Da un paio di mesi sono rientrata in Svizzera e riadattarsi non è stato facile: il distacco dalla Palestina è stato molto più difficile e doloroso di quanto pensassi.

Mi mancano le persone con cui ho condiviso questa esperienza; la gentilezza e l’ospitalità dei palestinesi; i  bambini delle scuole che monitoravamo che, per tre mesi di fila, ogni giorno mi hanno chiesto “What’s your naaaaaame?”; mi mancano Betlemme e le magnifiche mura della Città Vecchia di Gerusalemme; gli amici palestinesi, che trovano la forza di resistere all’occupazione; le situazioni lasciate in sospeso. Come starà il ragazzino che ha visto suo fratello morire per aver calpestato un ordigno inesploso?  E quello con un braccio e una gamba fratturati che ci ha raccontato di essere stato deliberatamente investito da un colono?  La famiglia a cui la Croce Rossa sta ricostruendo la casa dopo che l’esercito israeliano l’ha demolita?

Dell’esperienza palestinese non mi mancano le levatacce nel cuore della notte per raggiungere il Checkpoint 300, da cui si tornava stravolti e frustrati; l’odore acre del gas lacrimogeno, che aleggia nell’aria per giorni; lo scoppio nelle orecchie delle granate stordenti; i soldati israeliani che mi urlavano addosso per intimidirmi; la tensione costante quando dovevo recarmi ad Hebron, “il luogo del Male”, come l’ha definita il giornalista israeliano Gideon Levi nell’ottimo “This is my Land”, un documentario che chiunque interessato al conflitto dovrebbe vedere.

In questo Blog ho provato a descrivere una piccola parte di quello che ho vissuto nell’arco di tre mesi molto intensi a Betlemme. Adesso passo il testimone ad un altro ticinese,  che a inizio gennaio è partito per la Palestina con Peace Watch Switzerland e EAPPI; lui continuerà ad alimentare questo Blog, da una zona diversa della Cisgiordania, per darvi una visione il più ampia possibile di quello che sta succedendo da quelle parti!

Per quanto mi riguarda, sono molto triste per le notizie tragiche e sconfortanti che ogni giorno arrivano dalla Palestina. A Gaza già tre neonati sono morti dal freddo nelle case sventrate dall’offensiva di quest’estate.  Un volontario italiano, uno che faceva il nostro stesso lavoro, durante una manifestazione è stato ferito al petto dalle pallottole israeliane; Ziad Abi Eim, un Ministro dell’Autorità palestinese, che avevamo avuto occasione di conoscere, è morto nel corso di una protesta; per gli israeliani si è trattato di un infarto, i palestinesi dicono che è morto perché è stato colpito al petto con violenza dal calcio di un fucile israeliano. Uno dei bambini della scuola di Tuqu, uno di quelli che mi avrà chiesto 50 volte “What’s your naaaaame?”, è stato investito dall’auto di un colono.  E un amico palestinese, un attivista pacifista che ogni venerdì ci apriva casa sua per aggiornarci sulla situazione, è stato arrestato.

Ma voglio continuare a credere che un giorno l’occupazione avrà fine e allora cerco segni di speranza ovunque. Nelle parole dello  scrittore israeliano Avraham Yesoshua, che in una recente intervista ha detto “ciò che in definitiva chiedono i palestinesi è ciò a cui ha diritto ogni persona al mondo: essere cittadini della propria Patria, e questo dobbiamo concederlo, oramai anche il 50-60% degli israeliani è d’accordo”. Vedo speranza nell’adesione della Palestina alla Corte Penale Internazionale; nelle elezioni di marzo in Israele, perché i sondaggi indicano come oltre il 60% degli israeliani siano contrari ad una nuova premiership di Netanyahu, ed infine negli Stati europei che si pronunciano per il riconoscimento della Palestina!

La mia è la speranza che sempre più persone si uniscano a lanciare un messaggio molto chiaro, molto semplice, quello che le Women in Black ripetono ogni settimana ad un incrocio di Gerusalemme:

Stop the Occupation!

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