Pietre, vere o presunte

Un rapporto dell’UNICEF del 2013 sostiene che ogni anno 700 bambini e ragazzi palestinesi tra i 12 e i 17 anni vengono arrestati, interrogati e detenuti dall’esercito israeliano in condizioni che sono definibili inumane e degradanti secondo la Convenzione sui diritti dei minori e la Convenzione contro la tortura.

La maggior parte di queste giovanissime vittime viene arrestata anche solo per il lancio di pietre, reato per il quale è prevista una detenzione di almeno 6 mesi per bambini fino a 13 anni, ma può arrivare a vent’anni se le pietre sono lanciate verso mezzi in movimento e se a tirarle sono ragazzini dai 14 anni in su.

“Hanno lanciato pietre” è il mantra che risuona in tutta la Palestina e che sembra giustificare qualsiasi azione intrapresa dall’esercito israeliano.  Come nel campo rifugiati Aida, dove giornalmente ragazzini palestinesi e militari, giovanissimi pure loro, si scontrano in un gioco folle,  dettato dalla noia e dalla frustrazione di entrambe le parti.

Ogni giorno si ripete la stessa scena, che prevede l’irruzione nel campo di militari in tenuta anti-sommossa. Cominciano con il lanciare candelotti lacrimogeni e granate stordenti, per poi passare alle “rubber bullets”, pallottole vere rivestite di gomma.

A volte i militari rispondono al lancio di sassi dei ragazzini, ma molto spesso irrompono nel campo senza che ci sia provocazione alcuna.
Sembra questo il caso in cui è stato ferito, il 12 di ottobre, Tamer Abu Salem, colpito alla testa da una pallottola e operato d’urgenza.

A detta di Mohammad Al-Azza,  fotografo e videomaker che lavora nel Campo, si trattava di un esercitazione militare che ha visto i soldati impegnati a occupare i tetti e invadere l’intero campo. Prima di andarsene hanno sparato alle finestre dell’ufficio di Mohammad, come punizione per aver scattato delle fotografie.

Accusati di aver lanciato pietre anche i piccoli protagonisti di questi filmati:

8 settembre – Hebron

Al checkpoint di Salamymeh, agenti della polizia di frontiera fermano Oday Rajabi, 7 anni.

http://www.presstv.ir/detail/2014/09/09/378187/video-israelis-arrest-7yearold-in-wb/

24 settembre – Hebron

Una collega filma l’arresto di due ragazzi di 8 e 9 anni.

Nella cronaca di questi ultimi tempi non ci sono stati solo arresti di minorenni, ma anche tragici incidenti stradali.

19 ottobre – Sinjil

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Una bambina palestinese di 5 anni, Einas Khalil, muore dopo essere stata investita da un’auto guidata da un colono israeliano nei pressi della città di Sinjil. Un’altra bambina viene ferita.
Dopo l’incidente John Brown, pseudonimo di un accademico israeliano, scrive un articolo in cui mette a paragone il diverso trattamento riservato a palestinesi e coloni colpevoli di reati simili.

Il 25 luglio di quest’anno, Raed al Jabari, un 35enne padre palestinese di cinque figli, sta guidando sulla Route 60. A causa di antidolorifici presi in precedenza pare abbia un colpo di sonno e nei pressi del bivio di Gush Etzion urta una donna a lato della strada, ferendola leggermente. Al bivio successivo Al Jabari si  costituisce ad un’unità dell’esercito israeliano.

L’uomo viene arrestato e portato al centro di detenzione militare di Ofer. Il giudice militare lo rilascia su cauzione, avendo deciso che non è pericoloso e che il suo non è stato un atto terroristico. Ma è il mese di luglio e gli israeliani sono impegnati nell’operazione “Protective Edge”; anche in Cisgiordania la repressione è più dura del solito.
Senza alcuna prova ulteriore l’Avvocato militare generale decide di non rilasciare Al Jabari.

Il 9 settembre viene trasferito alla prigione di Eshel a Beersheba, in flagrante violazione del diritto internazionale che vieta la detenzione di residenti di una zona occupata militarmente al di fuori della zona di occupazione. Secondo le testimonianze, si rifiuta di uscire dal veicolo e viene forzato a scendere con le botte. Poche ore dopo il “Prison Service israeliano” (IPS) annuncia che il detenuto è stato trovato impiccato nella sua cella. La famiglia apprende della sua morte attraverso i media.

Il portale di news Walla! riferisce: ‘il prigioniero che si è suicidato, un 37enne palestinese di Hebron, è stato arrestato due mesi fa durante il l’Operazione “Brother’s Keeper” perché sospettato di reati contro la sicurezza.’

Ad oggi gli esiti del referto autoptico della Patologia israeliana non sono stati pubblicati ed al medico palestinese che era presente è stato impedito dal tribunale di pubblicare i risultati. Ha tuttavia raccomandato un autopsia palestinese supplementare. Dopo l’autopsia il ministro palestinese per i prigionieri ha annunciato che sul corpo non c’erano segni di impiccagione, bensì segni di percosse.

Il colono che ha investito e ucciso Einas Khalil è fuggito senza prestare aiuto alla bambina agonizzante. Solo quando è arrivato alla colonia di Ofra ha chiamato la polizia, che lo ha mandato a casa dalla sua famiglia.

Responsabile della morte di una bambina e del ferimento di un’altra, non è stato arrestato, non è stato portato in un centro di detenzione militare, non è stato processato senza prove, non è stato picchiato e non è stato accusato di reati contro la sicurezza.

Al Jabari, palestinese, colpevole di  aver leggermente ferito una donna, ha dovuto sopportare tutto questo ed è morto a causa di questo.  

23 ottobre – Gerusalemme

I giornali riportano la notizia di un attacco terroristico nel centro di Gerusalemme. Un’auto ha travolto dei passeggeri a una fermata del tram, uccidendo una bambina israeliana di tre mesi e ferendo altre persone. I palestinesi dicono che il giovane alla guida aveva appena preso la patente e ha molto probabilmente perso il controllo dell’auto.

Non sapremo mai la verità.  Abdel Rahman al-Shaludi, 20 anni, è stato ucciso dagli spari di una guardia civile.

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