L’arte di resistenza

A Betlemme stanno lentamente tornando i turisti e i taxisti della città hanno ripreso a proporre il “Graffiti Tour” lungo il Muro che da casa nostra si estende fino al Campo profughi di Aida. Artisti da ogni parte del mondo hanno dipinto questo tratto di Barriera in risposta all’appello dell’inglese Banksy, uno dei maggiori esponenti della Street Art, che li ha invitati a portare un messaggio di solidarietà ai palestinesi. Disseminate nella cittadina Banksy ha lasciato ben nove opere, tra le quali il noto “lanciatore di fiori”, dipinto sul muro di un garage.

I graffiti dei palestinesi sono meno artistici di quelli degli Street Artists internazionali ed hanno un significato più politico; si sono sviluppati durante la Prima Intifada, quando ancora non c’erano Internet e i social media e bisognava lanciare messaggi agli abitanti dei villaggi, spesso costretti sotto coprifuoco. Sui muri cominciarono a vedersi slogan politici, appuntamenti per scioperi della fame, inviti a boicottare il lavoro in Israele o anche solo annunci di eventi comunitari.

Da allora il graffito è rimasto un mezzo per mobilitare la popolazione palestinese e per riaffermare la propria identità politica.

Il simbolo per eccellenza della resistenza palestinese, che vedo raffigurato ovunque, è il piccolo Handala. E’ un bambino povero, vestito di stracci e con i piedi nudi; tiene lo sguardo ostinatamente rivolto alla sua terra e volta le spalle a chi le ha voltate al dolore dei palestinesi. L’Handala è tratteggiato sulla Barriera di separazione, sui muri decrepiti dei campi profughi, sui pali della luce, nei cortili delle scuole.

Il personaggio è nato dalla matita di Naji al-Ali, che in molti considerano il più grande vignettista del mondo arabo e che, attraverso la sua arte, ha testimoniato il dramma del suo popolo. Handala è il nome di un frutto molto amaro che cresce da queste parti e al- Ali lo scelse per simboleggiare l’amarezza che prova il popolo palestinese. Il bambino è l’alter ego del suo inventore che, a seguito della guerra arabo-israeliana del 1948, fu costretto con la famiglia ad emigrare in un campo profughi a sud del Libano.

Naji al-Ali e la moglie Widad
Naji al-Ali e la moglie Widad

“Lo disegnai come un bambino brutto, con i capelli come quelli di un riccio perché il riccio usa i suoi capelli come un’arma. Handala non è un bambino ben pasciuto, capriccioso e spensierato, è a piedi nudi, come i bambini dei campi profughi. In quanto povero non ha nulla da perdere. Non accetta compromessi, è un oppresso, ma non gli mancano le forze per affrontare e combattere tutte le forme di oppressione. Handala ha 10 anni, l’età che avevo io quando ho lasciato il mio villaggio. Continuerà ad avere 10 anni finché non farà ritorno a casa sua, in Palestina: solo allora potrà riprendere a crescere.”

Le vignette di al-Ali evocano l’esilio, la distruzione, la sofferenza, ma anche la tenacia e la resistenza. Handala non distoglie mai lo sguardo dalla Palestina, caparbio testimone delle violenze perpetrate contro il suo popolo.

Se volete conoscere meglio l’Handala e il suo autore vi segnalo “Filastin-l’arte di resistenza del vignettista Naji al-Ali”. Vauro Senesi, vignettista de il Manifesto, nella prefazione del libro scrive che: ”Handala è ancora un bambino, la matita che lo disegnò non può più farlo crescere. Naji al-Ali che la impugnava come un’arma di amore è stato ammazzato da una pallottola, colpevole di avergli dato vita”

Era il 1987, la pallottola lo raggiunse mentre camminava verso gli uffici del quotidiano dove lavorava, a Londra; è stato ucciso per le sue idee politiche, che esprimeva con forza attraverso la sua arte. Il suo ricordo è ancora vivo e il piccolo Handala resta un potente simbolo di resistenza. Non è l’unico; anche le chiavi sono un’icona della resistenza palestinese,  e un’enorme chiave campeggia all’entrata del Campo rifugiati Aida.  

Quando i palestinesi, alla proclamazione dello Stato di Israele nel 1948, fuggirono o furono scacciati dalle loro case portarono con sé le chiavi, convinti di poter tornare in un immediato futuro. Ma gli oltre 700.000  palestinesi costretti ad andarsene dai loro villaggi si videro rifiutare ogni diritto al ritorno al termine del conflitto. E rimasero a vivere nei campi profughi dei Paesi confinanti o in quelli di Cisgiordania e Gaza.

 L’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione) definisce un rifugiato palestinese nel seguente modo:

“I rifugiati palestinesi sono persone il cui normale luogo di residenza era la Palestina tra il giugno 1946 e il maggio 1948, che hanno perso tanto le loro abitazioni quanto i loro mezzi di sussistenza come risultato della guerra arabo-israeliana del 1948”.

La definizione di rifugiato copre anche i discendenti delle persone divenute profughi nel 1948 e oggi i sette milioni di rifugiati palestinesi (cinque dei quali assistiti dall’UNWRA) rappresentano il più grande gruppo di rifugiati al mondo. Il loro diritto di tornare alle proprie case, e di ricevere un indennizzo per i danni causati a queste, è sancito dal diritto internazionale, dalla risoluzione 194, che l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato in data 11 dicembre 1948.

Ma nonostante i suoi chiari obblighi secondo il diritto internazionale, Israele continua a opporre resistenza alle richieste da parte dei rifugiati palestinesi che da quattro generazioni si tramandano le pesanti chiavi arrugginite, nella speranza di poter ritrovare un giorno le mura della propria casa.

 

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