Rompere il silenzio

“Il nostro comandante ci ha comunicato via radio che c’erano dei bambini che stavano lanciando pietre sul muro e bisognava far qualcosa. Non c’era nessun bambino. Non stava succedendo niente. Aveva mentito. Io e il mio collega gli abbiamo risposto “Ok, d’accordo” e siamo montati sulla jeep. Abbiamo sbloccato una granata stordente e l’abbiamo gettata oltre il muro. C’è stata una detonazione potente. Mi sono accorta di un Palestinese che lavorava nel suo campo. Era atterrito.

Ricordo di essere stata molto fiera del mio gesto. Poi la sensazione di eroismo si è trasformata in un senso di vergogna. Avevo vergogna di me stessa. Era come se il territorio palestinese fosse il nostro terreno di gioco, dove ci era permesso fare quello che volevamo, quando volevamo.”

Adi Mazor (Foto: Andrea DiCenzo)

Questa è una delle tante testimonianze, raccolte dall’organizzazione Breaking the Silence, fondata dieci anni fa da ex-soldati israeliani che hanno deciso di parlare, di denunciare le gravi violenze e i soprusi messi in atto quotidianamente dall’esercito nei confronti della popolazione palestinese. Vi invito ad ascoltare alcune di queste testimonianze video, sono sicura che non vi lasceranno indifferenti.

Il loro intento è quello di informare la società israeliana su quello che succede realmente nei Territori e dimostrare che le pesanti restrizioni che condizionano la vita dei palestinesi non servono, come affermano i leader politici, a garantire la sicurezza dei cittadini dello Stato ebraico, ma a mantenere il controllo e l’occupazione dei Territori e a garantire la loro annessione di fatto.

Per conoscere meglio l’organizzazione abbiamo incontrato Shay Davidovich,  ex-soldato diventato attivista.

In primo piano Shay Davidovich - Foto di Patrick Costello
In primo piano Shay Davidovich (Foto: Patrick Costello/EAPPI)

Da quando si è unito a Breaking the Silence i suoi genitori, coloni con solidi principi sionisti, si vergognano di lui. Noi invece pensiamo che sia molto coraggioso e la sua testimonianza ci aiuta a capire le motivazioni che stanno alla base delle situazioni, assolutamente ingiustificate, con cui siamo giornalmente confrontati: arresti di minorenni, irruzioni notturne nei villaggi, dispiegamento di soldati attorno alle scuole, abuso di potere nei Checkpoints e uso massiccio di gas lacrimogeno e granate stordenti.

Shay ci spiega che molte operazioni sono intraprese dell’esercito unicamente per far sentire la propria presenza nei Territori; per ricordare ai palestinesi chi comanda nella regione. L’esercito usa la violenza per mantenere la popolazione in un clima di paura . Un esempio sono le pratiche di addestramento dell’esercito israeliano.

Nell ’agosto del 2011 Shay era distaccato nella Valle del Giordano e la missione della sua divisione era quella di simulare l’occupazione di un villaggio a sud del Libano. I comandanti israeliani ritengono che il modo migliore di esercitarsi a prendere il controllo di un villaggio libanese sia quello di fare pratica con un villaggio palestinese. Un vero villaggio palestinese.

 L’attacco simulato a cui Shay ha preso parte prevedeva un massiccio spiegamento di truppe di fanteria. I soldati hanno fatto irruzione nel villaggio seminando il panico a colpi di granate stordenti, mentre in un’area adiacente il paese i carri armati aprivano il fuoco e gli elicotteri si alzavano in volo. Potete immaginarvi il caos e il terrore fra gli abitanti del villaggio.

Shay confessa che durante l’esercitazione non ha pensato nemmeno per un secondo al fatto che stavano invadendo un villaggio abitato, a quel tempo per lui era assolutamente normale esercitarsi su civili palestinesi.

Per capire come questo sia possibile bisogna sapere che ancor prima del servizio di leva gli israeliani subiscono un pesante indottrinamento nelle scuole, che li prepara al loro ruolo nell’esercito.  Al contempo vengono mantenuti nell’ignoranza riguardo la realtà nella regione. Le mappe geografiche degli istituti scolastici non contemplano la Linea Verde che separa Israele dalla Cisgiordania, da Gaza e dalle alture del Golan. Israele viene presentata come un unico blocco. La Palestina, semplicemente, non esiste.

Gli attivisti di Breaking The Silence cercano di rompere il silenzio dei media e della società sulla brutalità dell’esercito, ma non vengono ascoltati. Shay ci dice che in dieci anni di lavoro l’organizzazione non è riuscita a cambiare la consapevolezza dei cittadini israeliani, che restano strenuamente convinti della validità e correttezza del loro esercito, che non esitano a definire “il più morale del mondo”.

Una possibilità per cambiare l’opinione pubblica è stata offerta dalla lettera che 43 riservisti dell’unità 8-200, una delle più prestigiose dell’intelligence militare, hanno recentemente recapitato al premier Netanyau. Nella missiva ufficiali e militari dichiaravano di non essere più disposti a “raccogliere materiale che colpisce palestinesi innocenti“ e che la finalità del lavoro di intelligence “non è tanto la difesa di Israele quanto la prosecuzione della occupazione dei Territori”.

La lettera ha rappresentato una delle più importanti espressioni di obiezione di coscienza mai registrate in Israele, ma la risposta dai vertici dello stato non si è fatta attendere: il generale Motti Almoz, portavoce dell’esercito israeliano, ha scritto che i “Refusenik” (letteralmente “rifiutati”) affronteranno “un procedimento disciplinare che sarà nitido e chiaro” aggiungendo che “non c’è posto per il rifiuto nell’IDF”.

Moshe Ya’alon, ministro della Difesa israeliano, ha detto che gli obiettori dell’unita’ di intelligence 8.200 saranno trattati come dei criminali

Moshe Yaalon (Foto: Marc Israel Sellem/The Jerusalem Post)

Mi rattrista molto leggere che i 43 firmatari della lettera rischiano l’incriminazione, ma come Shay penso che i soldati debbano insistere e continuare a testimoniare quello che succede nei Territori.

O rifiutarsi di servire nell’esercito, come ha fatto questo coraggioso Refusenik, uno dei pochissimi obiettori di coscienza in Israele. Il prezzo che dovrà pagare per il suo coraggio sarà l’emarginazione dalla società israeliana.

 

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