Nel paese dove i bambini giocano con le bombe

I giorni scorsi ero con i colleghi che lavorano a Yanoun,  e con loro ho visitato la famiglia di Mottasem Eshtaya Pshtarat, che è appena stata colpita da una grande tragedia.

L’11 di agosto due dei figli di Mottasem stavano pascolando le pecore di famiglia, in un campo poco distante da casa, quando è esploso un ordigno bellico, abbandonato sul terreno dall’esercito israeliano. La deflagrazione ha ucciso sul colpo Mohamed, il figlio diciottenne, e ferito Amhmed, dieci anni, che era qualche passo dietro al fratello.

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Mohamed – Photo credit: EAPPI/Helge Kjollesdal.

Il terreno di pascolo non è, come si potrebbe pensare, in una zona sperduta, ma nel bel mezzo dell’abitato di Tammun.

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Il luogo dell’esplosione, al centro dell’abitato – Photo credit: EAPPI/Helge Kjollesdal.

La cittadina, nel nord della Cisgiordania, è situata in Area A, sotto totale controllo dell’Autorità Palestinese; questo significa che non vi dovrebbe essere presenza militare israeliana. Ma gli abitanti di Tammun raccontano che spesso nei dintorni si vede l’esercito impegnato in esercitazioni. In particolare ricordano di averli visti, ad inizio agosto, attraversare il terreno su cui è esploso l’ordigno.  A seguito dell’incidente, la Polizia palestinese ha perlustrato la zona e ha trovato altri due ordigni inesplosi che è riuscita a disinnescare.

Il sindaco di Tammun, Dr Abdul Karim Qasem, ci racconta che nella comunità ci sono già stati cinque morti provocate da ordigni inesplosi; non è chiaro se gli ordigni vengano abbandonati di proposito o persi incidentalmente. Le bombe inesplose sono un’ulteriore minaccia per i bambini che abitano in queste zone, che già si devono confrontare con le mille violenze legate al conflitto.

A giugno anche il diciasettenne Sakher Dorgham Zaamel è morto dopo aver calpestato una mina inesplosa nella valle del Giordano. Un taxista mi racconta che nella Valle, teatro di continue esercitazioni militari, ha visto i soldati liberarsi di bombe e granate durante le marce. Per avere meno peso nello zaino le gettano semplicemente a terra, causando feriti fra i beduini che si spostano nella zona e fanno inavvertitamente deflagrare questi ordigni.

Il piccolo Ahmed ha trascorso tre giorni in ospedale e i colleghi di Yanoun gli hanno reso visita il giorno dopo che è stato dimesso: la sua mano destra era ingessata e la mano e la gamba sinistra bendate. Il giorno della tragedia era di qualche passo dietro al fratello e non ha saputo dire cosa esattamente ha provocato l’esplosione.

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Motasem Eshtaya Pshtarat e Ahmed nella loro casa a Tammun – Photo credit: EAPPI/Helge Kjollesdal.

A distanza di tre settimane torniamo a trovare la famiglia; all’incontro sono presenti molti parenti e tutti prendiamo posto. Solo la mamma dei ragazzi rimane tutto il tempo in piedi, in un angolo, qui per le donne si usa così. Ha il viso contratto in una smorfia di dolore e ci dice che la notte si sveglia in preda agli incubi.

Aspettiamo Ahmed, che da un paio di giorni ha ripreso la scuola e dovrebbe tornare a momenti. A dieci anni ha visto il fratello morire davanti ai suoi occhi e reagisce al trauma con un comportamento aggressivo nei confronti della famiglia e degli amici. Non ubbidisce più al padre e resta chiuso nel suo mutismo.

Le scuole in Cisgiordania mettono a disposizione dei consulenti psicologici per aiutare i bambini traumatizzati, ma i casi da seguire sono tanti e  i consulenti possono dedicare poco tempo a ciascun bambino perché devono giostrarsi tra più scuole.

Siamo molto preoccupati per Ahmed e temiamo che se non verrà seguito assiduamente da uno specialista non riuscirà mai a superare il trauma.

Contattiamo l’équipe locale di “Médecins sans Frontières”, che da più di 10 anni offre supporto medico e psicologico in Cisgiordania. La metà dei loro pazienti sono bambini che hanno avuto un’esperienza diretta della violenza legata al conflitto. “MSF” ci assicura che uno psicologo renderà visita ad Ahmed per valutare le sue condizioni. Prendiamo contatto anche con un avvocato che potrebbe decidere di aiutare Mottasem “pro bono”; la famiglia è infatti molto povera e non può permettersi un legale.

La scuola è finita da un pezzo e tutti stiamo aspettando il ritorno del ragazzo, ma di lui non c’è traccia e nessuno sa dove sia finito. Mi dispiace molto andarmene senza poterlo salutare. Mi chiedo quale futuro lo aspetta e se mai riuscirà a convivere con il ricordo di quello che ha passato.

Il padre ci chiede di raccontare a quante più persone possibili il dramma che sta vivendo la sua famiglia e la storia della morte senza senso di suo figlio Mohamed.

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