Ogni mattina a Betlemme

Fra i nostri compiti vi è quello di monitorare il trafficatissimo Checkpoint 300, posto di blocco militare che apre un varco nel muro di separazione tra Betlemme e Gerusalemme.

Siamo presenti tre o quattro volte a settimana al passaggio pedonale, dalle 4 alle 8 di mattina. E’ questa l’ora di punta per migliaia di lavoratori, perlopiù impiegati nell’edilizia, che ogni giorno affrontano la snervante trafila dei controlli.

Dobbiamo contare quanti palestinesi attraversano il Checkpoint e a quanti viene rifiutata l’entrata, cronometrare i tempi di transito e monitorare il comportamento dei soldati e delle guardie di sicurezza. La nostra presenza serve da deterrente contro gli abusi di potere e le violenze, fisiche e verbali, dei soldati israeliani.

Il Checkpoint è lungo 400 metri e basterebbero pochi minuti ad attraversarlo, ma ad un palestinese non è dato sapere quanto tempo gli occorrerà per entrare in Israele. Spesso dipende dall’umore dei soldati.

Arriviamo alle 4, orario di apertura dei cancelli, e troviamo un centinaio di uomini già in fila sulla rampa d’accesso; vogliono essere tra i primi per cercare di arrivare puntuali al lavoro.

CP1

Per superare il Checkpoint bisogna prima salire la rampa circondata da sbarre, poi passare attraverso un metal detector e arrivare in quello che sembra il Terminal di un aeroporto, dove vengono controllati i permessi di lavoro, le carte d’identità e le impronte digitali.

Dal nostro punto di osservazione in cima alla rampa vediamo arrivare degli uomini di corsa; evidentemente sono in ritardo per il lavoro e tentano di superare la fila inerpicandosi sulle sbarre e sulle spalle degli altri. Ogni tanto scoppiano delle liti e le urla dei palestinesi si sovrappongono a quelle dei militari che sbraitano ordini.

Mi ritrovo a fissare le soldatesse che controllano i permessi di lavoro, tutte sui vent’anni. Infagottate nelle uniformi, con i volti assonnati sotto l’elmetto, sembrano ancora più giovani della loro età. Per un attimo mi sento dispiaciuta per loro. Ma poi vedo l’arroganza con cui si rivolgono ai palestinesi e il dispiacere passa.

E’ stata loro inculcata l’idea che ogni palestinese è un potenziale terrorista, non un essere umano, e non provano nemmeno un briciolo di empatia per gli uomini consumati dalla fatica che sfilano davanti ai loro occhi.

Stamattina il checkpoint è affollatissimo. Parecchi uomini vengono rimandati indietro senza spiegazioni, o viene loro ritirato il permesso di lavoro per “ragioni di sicurezza”.  Nei casi di abuso di potere più eclatante proponiamo loro di contattare l’organizzazione Machsom Watch, formata da tostissime donne israeliane. Da una quindicina d’anni presidiano i Checkpoints e forniscono assistenza legale.

Questo video lo hanno realizzato loro e anche se è datato (è vietato filmare e fotografare all’interno dei Checkpoints) rende molto bene l’idea di quello che succede ogni mattina a Betlemme.

Così come noi EA cerchiamo di informare l’opinione pubblica dei nostri paesi di quello che succede nei Territori, le donne di Machsom Watch cercano di informare i loro concittadini. Perché moltissimi israeliani non sanno quello che succede in Cisgiordania, o ai Checkpoints.

O forse non vogliono sapere, non vogliono vedere.

I Checkpoints sono uno degli aspetti più umilianti dell’occupazione e ogni giorno migliaia di palestinesi sono confrontati con la frustrazione che comporta cercare di uscire dai Territori o semplicemente spostarsi da un villaggio all’altro.

In Cisgiordania ci sono più Checkpoints che in qualsiasi altra parte del mondo: al momento se ne contano circa 590, cifra che comprende sia i posti di blocco militare fissi che quelli “volanti” (barriere fisiche che possono venire erette in qualsiasi momento e su qualsiasi strada). I Checkpoints non stanno sulla linea di frontiera, ma sono disseminati ovunque all’interno dei Territori, come potete vedere nella cartina sottostante.

 

fonte UN OCHA OPT
fonte UN OCHA OPT

Il complesso sistema di controlli e permessi instaurato da Israele rende gli spostamenti dei palestinesi un’estenuante maratona.

Ai Checkpoints vengono controllati i permessi che bisogna richiedere per qualsiasi cosa si voglia fare, eccettuato forse dormire. Esistono ben centouno permessi differenti: permessi di lavoro, religiosi, di studio. Permessi per lavorare la propria terra, per partecipare ad un matrimonio o recarsi ad un funerale.

Serve un permesso anche per andare dal medico. Non sono rari gli episodi di donne che hanno partorito ai Checkpoints a causa dei ritardi nel raggiungere gli ospedali al di là del muro.

Spesso i permessi vengono rifiutati senza alcuna spiegazione.

Sul muro che divide Betlemme da Gerusalemme sono affissi molti di questi manifesti, che testimoniano le drammatiche conseguenze di un permesso negato.

IMG_0977

Recentemente l’arcivescovo Desmond Tutu, eroe della lotta contro l’apartheid, ha lanciato un appello per un boicottaggio globale contro Israele e ha chiesto a israeliani e palestinesi di essere migliori dei loro leader nel cercare una soluzione sostenibile alla crisi in Terra Santa.

Tutu ha anche duramente criticato la mancanza di libertà nei Territori  e ha rivolto una preghiera al popolo di Israele:

LIBERATE VOI STESSI LIBERANDO LA PALESTINA

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