Una città in gabbia

Da qualche giorno io e i miei compagni di Team siamo arrivati a Betlemme, la località a cui siamo stati assegnati per i prossimi tre mesi.

Ieri siamo andati alla scoperta della città vecchia, cercando di far coesistere le immagini mentali che abbiamo di questo luogo biblico con il suo aspetto reale. Betlemme ha degli angoli molto belli, con le case costruite nella stessa pietra bianca con cui sono fatte tutte le case della Palestina, dal Mandato Britannico in poi.

La Chiesa della Natività e alcune parti del città vecchia sono state incluse dall’UNESCO nei siti Patrimonio dell’Umanità e il turismo potrebbe giocare un ruolo molto importante nell’economia della città culla del Cristianesimo.

Ma purtroppo Betlemme è una città in gabbia, completamente separata da Gerusalemme, da cui dista solo pochi chilometri. L’occupazione e il Muro di separazione la soffocano, impedendone lo sviluppo turistico ed economico.

La decisione di edificare un Muro lungo i confini dello stato di Israele, così come stabiliti dalla Green Line negli accordi di pace del 1967, venne presa nel 2002 da Ariel Sharon. Erano gli anni della seconda Intifada e Sharon la presentò come una misura temporanea di sicurezza, per proteggere la popolazione israeliana dagli attacchi palestinesi.

Oggi la barriera, che corre su un tracciato lungo più di 700 km (la stessa distanza in linea d’aria fra Piacenza e Parigi) è quasi ultimata; nelle aree urbane è una parete di cemento alta fra gli 8 e i 9 metri, mentre nelle aree rurali è costituita da fossati, filo spinato e recinzione elettrificata, con una “cintura di sicurezza” larga 80 metri.

Nella cartina sottostante potete vedere come il Muro, nel suo percorso tortuoso, si discosta di molto dalla Green Line, la linea fissata dall’armistizio.

Percorso del Muro
Mappa di Limes – Rivista italiana di geopolitica

Esattamente dieci anni fa la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia dichiarava illegale il Muro costruito da Israele nei Territori Palestinesi. Malgrado la sentenza, in questi dieci anni Israele ha continuato a costruire il muro, con il preciso scopo di includere nel suo territorio il maggior numero possibile di colonie, che di regola vengono edificate nelle zone più fertili e ricche di sorgenti d’acqua.

Il Muro ha un impatto devastante sulla vita e sull’economia dei palestinesi che ogni giorno devono affrontare la mancanza di libertà di movimento, la perdita dell’accesso alle terre coltivate e l’isolamento dai villaggi e le città circostanti.

Per avere un’idea più precisa della situazione potete guardare questi dati forniti da Ocha oPT (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari nei Territori Occupati).

La mancanza di libertà di movimento dei palestinesi è aggravata dalla presenza di numerosi checkpoint e posti di blocco, disseminati all’interno del Governatorato di Betlemme.

La nostra casa non è molto distante dal Checkpoint 300, quello che collega tutta la Cisgiordania meridionale a Gerusalemme. Avrò modo di parlarvene in dettaglio, perché fra i nostri compiti vi è quello di monitorare la situazione nel Checkpoint e rilevare i tempi di transito e il numero di palestinesi che giornalmente lo attraversano.

Nei pressi del Checkpoint 300 il Muro, dalla parte palestinese, è ricoperto di graffiti; nel corso degli anni street-artist provenienti da ogni parte del mondo vi hanno lasciato i loro messaggi di pace e speranza.

L’altra giorno stavo tornando a casa a piedi e, svoltato un angolo, mi sono trovata davanti la celebre colomba con giubbotto anti proiettile di Banksy; mi ha fatto davvero uno strano effetto vedere l’opera originale dopo averla vista in fotografia innumerevoli volte.

Banksy a Betlemme

Sul suo sito l’artista racconta che un giorno, mentre stava eseguendo un graffito, un vecchio palestinese gli si è avvicinato dicendo che la sua opera rendeva il Muro bello. Banksy lo ha ringraziato ma si è sentito rispondere “Noi non vogliamo che sia bello. Noi odiamo questo muro. Tornatene a casa! “

Non avevo considerato questo punto di vista, ma è quello che pensano molti palestinesi; il muro è brutto, grezzo, opprimente e tale deve rimanere. Abbellire il muro significa, in un certo senso, accettarne l’esistenza. Della stessa opinione è Mohammed Lofti, il militante di Al Fatah autore delle scritte pro-Palestina sul muro di Betlemme, di fronte alle quali Papa Francesco si è fermato in raccoglimento lo scorso maggio

Foto REUTERS
Foto REUTERS

A dire il vero non è esattamente una parte di muro, ma una porta di ferro. Oggi abbiamo assistito ad uno dei tanti scontri che in questi giorni stanno infiammando la Cisgiordania. Da quando è stata lanciata l’offensiva contro Gaza, in molti sono scesi in strada, spinti dalla rabbia e dalla disperazione. Abbiamo visto la porta di ferro aprirsi per lasciar uscire i mezzi blindati dell’Esercito israeliano; se le acque non si calmano, temo che la porta si aprirà sempre più spesso.

 

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